Cerca

diserieZero

…sono solo una, non sono nessuno e nemmeno centomila… mi piace considerarmi una scrittrice "di serie zero", dove per zero s'intenda la capacità di lasciarsi permeare a tutto tondo da ciò che arriva, senza farsi intrappolare dalle idee, che poi cambiano, senza farsi imprigionare dalle convinzioni, che poi si rovesciano, senza farsi scrivere il destino, che poi si cancella e si riscrive…

Di sveglie e cancelli

6EB9DE9C-BFFA-43D0-BFEB-27AF91A6EE82

Mi sveglio a gradi. La pesantezza del mio sonno, che definire di piombo è poca cosa, si alleggerisce a tappe, in tre passaggi di staffetta da Morfeo a Dioniso. La prima suonata ha voce d’anatra, giusto per concedersi un risveglio naturale. Dieci minuti dopo, la seconda mi risveglia a suon di blues, che alzare le palpebre a ritmo di musica non ha prezzo. L’ultima, devastante e definitiva, mi richiama all’appello con un’allarmante sirena antincendio.

Mia figlia si ripiglia in sette tappe. Avendo ereditato da sua madre, che sarei io, la predisposizione al letargo notturno in quantità simile alla distrazione che caratterizza entrambe, preferisce non rischiare e dotare ogni tappa di sirena d’emergenza.

È la prima ad alzarsi. La sua ultima sirena corrisponde alla mia prima. Sobbalza lei, starnazzo io. Spalpebro io, s’inciabatta lei. Sobbalzo io, lei è già vestita. L’indipendenza maturata alle superiori fa bene ad entrambe.

Mi sveglio dolcemente a suon di passi, quelli che lei percorre dalla camera al bagno, dal bagno alla cucina, dalla cucina allo specchio. Mi sveglio a suon di trucco, quando il mascara e lo spazzolino da denti si contendono i minuti.

– Mamma, sono troppo truccata? –

– No, va bene così, magari non esagerare con il correttore! –

(In adolescenza ogni imperfezione sul viso viene vissuta come un mostro da combattere)

Mi sveglio a suon di vapore, quello che esce dalla stirella.

– Mamma, mi stiri la camicetta a righe? –

– Non potevi dirmelo ieri sera? –

– Non pensavo di metterla oggi, ho cambiato idea –

(A quindici anni, il repentino cambio di idee sull’abbigliamento raggiunge livelli da record)

Mi sveglio sui “Mamma vado, ci vediamo oggi, ciao, ti voglio bene”, un’occhiatina allo specchio e giù per le scale.

La guardo uscire dal cancellino appoggiata alla finestra. Mi sembra di guardarla ogni anno da più vicino, ma in realtà sono i suoi centimetri ad essersi allungati.

Mi sveglio con i passi di mio figlio, quella corsa inebetita sul filo dell’alba che precede il repentino infilarsi tra le coperte matrimoniali. È un gioco di abbracci e di strette sorridenti che mi godo appieno, le ginocchia nelle ginocchia, le braccia a doppio cerchio e le dita intrecciate, in un meraviglioso tutt’uno pancia-schiena di passo opposto alle pressanti teorie “anti lettone”.

Lo sveglio sui suoi “Mamma ancora un attimo” e gli attimi diventano minuti. Ci svegliamo sull’aroma della colazione a suon di biscotti inzuppati e di “fai in fretta che è tardi” girati con lo zucchero.

Lo incalzo sui “mamma mettimi nello zaino il fidget spinner per favore, quello verde, vado in bagno e arrivo!”

Lo lascio nel parcheggio della scuola e lo guardo entrare. Ogni anno mi sembra di guardarlo un po’ più dal basso ma in realtà sono i suoi centimetri ad essere cresciuti.

Guardo dall’alto lei e dal basso lui.

E mi si unisce il cuore.

È una questione di passi, di contatti e di punti di vista.

Fra qualche anno i passi di lei saranno più decisi e distanti e gli abbracci di lui si vestiranno di passione per un’altra donna.

C’è una sorta di fantasma interiore che mi fa ipotizzare come saranno i silenzi. Come sarà quel cancellino che si aprirà con meno frequenza e come si girerà lo zucchero con calma nella tazza. Di che suono sarà la sveglia e di quante staffette avrà bisogno Morfeo. Lo penso sgomitata sul davanzale della finestra, con tristezza goliardica e cosciente, consapevole di essermi presa tutti gli abbracci possibili e di aver dato tutti i baci a disposizione. E qualche ceffone truffaldino se necessario.

Mi chiedo come sarà l’assenza di voci sovrapposte, l’ordine costante degli ambienti, il minor numero di abiti negli armadi, di libri negli zaini, di scarpe da calcio da asciugare per tempo o di mascara sparsi per il bagno. Ci sorriderò e mi disabituerò con nostalgia alle abitudini.

Tra le mille vite, riderò della mitica ammucchiata serale. Mezz’oretta di confusione prenotturna uno a fianco dell’altra. Tutti immersi in qualcosa. Mio marito e mio figlio in trasmissioni di ristoranti ed architettura, mia figlia in lettura ed io schiacciata in mezzo come una sardina alla ricerca del mare. Ma con il sole dentro.

Mi sono sempre chiesta cosa pensasse il quinto componente del lettone bistrattato: il nostro cane. Talvolta lo guardo dormire mentre sussulta nel sonno e mi chiedo se se lo sarebbe mai aspettato di arrivare in una famiglia così, lontana anni luce dal Mulino Bianco ma molto vicina ai suoi biscotti. Una famiglia ad incastro, mi piace definirla, dove fra sgomitate tra le lenzuola, abbracci, rimproveri, risate, discussioni, cancelli aperti e chiusi, corse, orari ed impegni, tutto sommato, un passo avanti ed uno indietro, ciascuno ha trovato la propria dimensione.

 

 

 

Di seggiole e poesie

D8B24BA9-A650-40F4-9B13-32EDC72532C5.jpeg

LA PIUMA BIANCA (7/07/2001)

Le ricordo ancora, le seggiole, rivolte alla strada di paese e ricche di compagnia, linee semplici di legno lisciato a mano, schienali generosi e cerati… e la consistenza… era quella di una volta, di braccia forti dal lavoro onesto, di schiene stanche ma serene, curve ma dignitose, anziane ma rispettate…

Loro, le seggiole, vere protagoniste della breve serata che precedeva la preghiera notturna, allineate oltre gli usci, sempre aperti e fiduciosi, rivolti al campanile… donne affaticate e sorridenti, discorsi limpidi e concreti, parole di pane e l’immancabile ventaglio di pizzo decorato… gli uomini all’ultima pagina del quotidiano… erano ancora due, i colori politici, solo un paio di estremi nei quali inserirsi faticosamente, mediando con la parola di Cristo.

C’eri anche tu, nonna, su quelle seggiole, io sulle tue gambe a bagnarti il vestito con il ghiacciolo rosso e tu, sempre rassicurante, mi regalavi un soffio d’aria dal tuo ventaglio spagnolo… nonno Ernesto mi “trotterellava” sulle ginocchia cantandomi “Barbamilù, Barbamilà” ed i suoi occhi azzurri trasudavano dolcezza…

Passavo continuamente dal tuo grembo al suo, dalla tua maternità alla sua tenerezza, dal tuo altruismo alla sua saggezza…

Ricordarvi insieme mi riempie d’infinito, i vostri sguardi, posati mille volte sui figli e sulle difficoltà, hanno sempre saputo guardare avanti, senza miti, ma costruiti sulla fede, sull’amore e sulla carità…

Vorrei essere ancora lì, nonna, nelle tue braccia calde e sotto i vostri sorrisi, così sicura e protetta come sapevi farmi sentire tu, anima buona, custode d’affetto e bonarietà… ora sei una piuma leggera, nonna, una fragile piuma bianca troppo esile per reggermi ancora sulle ginocchia…

 

Brugna Claudia. BARBAMILÙ, BARBAMILÀ. Libroitaliano World, 2001.

Di treni e bretelle

IMG_0074

Restare alla cava era monotono. Se non fosse che la sua famiglia stava in quel posto da generazioni infinite, sarebbe andato altrove da tempo. Lo tratteneva l’amore per i suoi genitori e la stima per il profondo rispetto che avevano nei confronti del lavoro.

A lui piacevano le bretelle. Bianche per l’esattezza. Quando mai si vedevano bretelle bianche? C’è n’erano d’ogni tinta, la maggior parte erano blu, grigie, marroni, color corda o tutt’al più gessate, ma di bianche non se ne vedevano affatto.

Lui le indossava sempre. Le lavava ogni giorno in quanto, alla cava, ci si può ben immaginare come potessero diventare rotolando in continuazione fra i sassi.

Aveva un sogno. Abitare in campagna. Ma dirlo a suo padre significava infrangere la certezza di proseguire la sua vita lì, dov’era da sempre. Più volte era stato sul punto di confessare il suo desiderio alla madre, ma pur di non deludere le loro aspettative, faceva ogni volta un passo indietro.

Quella mattina era previsto un lungo viaggio. Un immenso treno merci li avrebbe condotti in una grande città, dove avrebbero migliorato l’aspetto esterno di un grande palazzo d’epoca.

Dalla cittadina alla metropoli. Sempre più lontano dal suo desiderio. Percepì l’arrivo del treno e gli montò una tristezza infinita ma, come sempre, arretrò di un passo.

Giunto a bordo percepì una scossa. Davanti a lui…..lei! Con gonna e bretelle bianche. BRETELLE BIANCHE! Si presentarono timidi e si parlarono tutto il viaggio. Fu un’intesa da binario, veloce e parallela. Le rispettive famiglie si compiacquero.

Quasi al termine del lungo viaggio, due giorni e due notti, fiumi di parole e migliaia di prospettive, fece un passo avanti e parlò a suo padre.

– Papà, io torno indietro –

Ci furono sguardi bassi e timori infondati.

– Ragazzo mio, scegli la tua strada, la tua passione –

Lo disse con tono pacato, con quella gentilezza triste che gli fece comprendere che anche per lui era la giusta cosa da fare. Con la madre bastò un abbraccio, di quelli che ti capiscono e ti completano d’intensità.

Anche lei, gonna e bretelle bianche, si comprese e si misurò d’affetto con i suoi genitori. Fecero complemento l’un dell’altra. E le rispettive famiglie si ricompiacquero.

Il treno di ritorno li portò alla campagna, ed il sogno si vestì a realtà. Lui sasso di cava, lei sasso di montagna, si amarono con passione fra prati e terreni.

Dei loro due figli, la femmina indossò da subito borse bianche. La madre ne seguì con tenerezza le inclinazioni. Sasso di cava, da buon padre, si inorgoglì. Fu un orgoglio democratico, sapientemente diviso fra il riconoscimento di sè nei propri figli ed il rispetto della loro autenticità.

Il figlio maschio non amava le bretelle. Aveva lineamenti molto dolci, interamente tempestati da efelidi albine. La sua delicatezza ne avrebbe fatto un sasso da giardino, di quelli che impreziosiscono piante raffinate. Lo avrebbe deciso crescendo, in completa libertà ed autonomia. Nel frattempo si dilettava ad esser decorato dai bambini.

A tutti fu concesso di seguir la propria strada. Un gran privilegio.

C’era però un momento speciale al quale nessuno avrebbe mai rinunciato. In quei meravigliosi pomeriggi di fine estate, dove il sole ti bacia delicato e dove l’erba dona il suo verde più bello, papà Sasso di cava amava adagiarsi nel prato abbracciato a mamma Sasso di montagna, Sasso borsetta bianca e Sasso efelide albina. Niente era più speciale. Era un momento magico.

All’orizzonte campagnolo si percepiva spesso il fischio di un treno ed il segreto della felicità, forse, stava proprio lì, nel trovare il coraggio di lasciarlo andare senza salirci.

 

 

Di fili d’erba e tremori

IMG_0034

Il contatto è improvviso. Più veloce di quanto pensi. Se ti va bene ti risparmiano la vita. Nella migliore delle ipotesi ti conservano il viso.

La presa è bestiale. Arcaica. Di quelle che ti portano adrenalina al cervello ed oscurità nel cuore.


 Nel caso di un singolo, tenterai di difenderti. Probabilmente invano.

Del branco conoscerai la brutalità, l’atrocità che ti consumerà a colpi barbarici.


 Sarai cemento. E ti sgretolerai sotto la loro efferatezza.


Ti divaricheranno mente e corpo.                        E ti denuderanno vestendoti di spietatezza.


Ti penetreranno ridendo come vigliacchi. Ti sviscereranno come un animale.

E sanguinerai.

La sodomia ti colpirà feroce.                               Ne percepirai la mossa beffarda.

E ne morirai.

Selvaggiamente schernita da ritmi cruenti e micidiali.


 Perirai lentamente di attriti e sudori. Annegherai di salive anelanti e baci inclementi.


 E ti spegnerai dentro.                         Atrocemente privata del tuo senso d’umanità.

Tremerai.

Di un tremore a intermittenza.                             Bramosamente ritmato da viscidi membri assassini che sfregeranno ogni tuo senso.


I minuti saranno ore e le ore eternità. Ti percepirai infinitamente consumata dalla villania di gesta primitive e le tue carni imprecheranno dolenti.


 Alzerai gli occhi al cielo fra mille domande. Troverai la forza di resistere e ti affrancherai al terreno.                                                                       Acchiapperai disperatamente fra le dita un ciuffo d’erba.                                                                         Ti ci attaccherai stringendo il pugno come prima di un prelievo.                                              Ed anche se ti sembrerà di avere un laccio emostatico al collo, lotterai stoicamente per sopravvivere.




E sopravviverai.

Nonostante le ferite, nonostante il vile oltraggio, nonostante l’incommensurabile strazio.


 Ci sarà una fine.

E ci sarà un abbandono.

Sarai per loro un pezzo di vagina qualunque da lasciare semiviva a se stessa. Saranno alla ricerca della prossima preda. Ma finalmente lontani da te.

Che avrai vinto vivendo.

Ti troveranno chiusa a riccio, pietosamente rannicchiata e chiusa al mondo, avvolta da un velo d’immobilità che gelerà il sangue. E non avrai più voce. Sarai senza sguardo e non sentirai. Il tatto non ti apparterrà per lungo tempo.

E sarai catatonica.

Ma sarai comunque più forte di loro.


 Ed io ti stimerò all’infinito.


 Ti sarò vicina pur non conoscendoti. Sarò dalla tua parte quando sarai funambola tra ideologie buoniste falsamente benpensanti.                                                            Ti difenderò quando ragioneranno sui centimetri degli abiti che portavi o se ipotizzeranno atteggiamenti provocatori da parte tua.

E mi vergognerò.

Sarò incredibilmente delusa da coloro che ne faranno una questione di statistiche.                   E mi chiederò se il genere umano abbia ragion di chiamarsi tale nella ricerca affannata di motivazioni alla violenza.


 E mentre tu sarai impegnata a toglierti un aculeo per volta, loro cercheranno attenuanti nelle famiglie d’origine.

E ti sentirai ristuprata.

Inevitabilmente risodomizzata nell’animo nel percepirti una vittima di serie B.


 Proprio tu, fiera paladina della gentilezza ed amabile giovane nel fiore degli anni. Tu, che nei giochi d’amore con il tuo uomo, rivivrai ogni volta la villania subita. Tu, che hai sempre giurato di voler crescere un figlio nell’amore, ora non sai nemmeno se avrai il coraggio di farlo un figlio.

Ma lotterai.

E ti aggrapperai tenacemente alla vita con tutte le tue forze.

E rinascerai.

Anche se l’erba non avrà lo stesso verde.

E sai che se coloro che vaneggiano avessero il coraggio di sovrapporre una foto della persona più cara all’immagine di un corpo violato, ne guadagnerebbero in silenzio riconquistando la dignità persa.

Quella che tu non hai mai mollato.

Di temporali e solarità

IMG_9390

Domenica sera. Fine luglio. La classica serata in cui si parte carichi per affrontare il pienone da rientro vacanze. Tutto ha inizio. Si procede a gonfie vele. Poco prima delle nove due gocce. Nel giro di qualche minuto il putiferio metereologico. La potenza con la quale il vento stravolge ogni cosa è da primato. Ci si guarda tesi e ci si organizza sulla scacchiera dei secondi. Non c’è tempo per abbattersi. Chi ritrae a fatica le tende volteggianti, chi le tende le abbassa in veranda. Chi abbandona forni e fuochi per aiutare, chi accompagna la clientela all’interno del locale. Chi rinumera i tavoli e chi dà i numeri (le uniche due persone fra tutti) pensando che sia colpa nostra se il violento acquazzone ha portato acqua nei piatti. Ma non c’è tempo per le polemiche, peraltro completamente fuori luogo. C’è invece tempo per stupirsi. Per meravigliarsi di tutte gli altri clienti che, comprensivi e senza panico alcuno, si alzano repentinamente dal tavolo e si spostano dentro. La maggior parte prendendosi anche piatto e bicchiere. Un ragazzo ci aiuta sotto la pioggia ad affrancare il gazebo. Qualcuno parla al telefono di tetti scoperchiati, qualcuno si ricorda di aver lasciato le finestre di casa aperte. Anch’io, a dire il vero. C’è caos, a tratti voglia di piangere, ma la forza della gente ricompensa di tutto. Fradici di pioggia ricomponiamo i pezzi ed il lavoro riparte. Chi ritorna al forno e chi ai fuochi. Chi ai tavoli e chi al banco. Le pizze ritornano al palato, le pietanze anche. Tutto si ricompone. Il cuore in primis.
All’esterno le sedie si adagiano sui tavoli, i sottotovaglia mettono a dura prova il loro potere antigoccia, piatti, posate e bicchieri corrono trafelati in lavastoviglie.
In un angolo dell’estivo adagio l’ultima sedia. Una coppia, prima di andare, esce e si complimenta per come abbiamo gestito la situazione. – “Vi siete fatti in quattro ed avete sistemato tutti in poco tempo” – ci dice. Ed io mi farei in quattro per abbracciarli, ma tra farina ed acqua ne otterrei un impasto umano. Che magari non è il caso. Un’amica arriva dalla messa. Era in chiesa e non si era accorta di nulla. Io mi accorgo del suo sorriso, sempre splendido. Lo ripropone tra una fetta di pizza e l’altra. Un amico al termine cena, mi dice che si è immedesimato nella situazione di poco prima e ci capisce. Lui e la moglie sono sinceramente dispiaciuti. Come lo sono altri amici di una tavolata arrivata a fine diluvio. I loro occhi sorridono. C’è tanta umanità. E mi entra nelle vene.
Esco a ritirare le ultime cose e mi soffermo a guardare i tavoli bagnati. C’è aria di pace, aria di magia. C’è quella meravigliosa sensazione di vita che mi sento addosso. Quell’emozione che rende bello questo lavoro anche in quegli attimi nei quali vorresti cambiare tutto. Quegli sguardi e quelle parole che nelle difficoltà fanno ombra alle tecnologie più fini. Quei gesti semplici che fanno del mondo un bel posto da abitare.
Vorrei ringraziare tutti. La nostra clientela, gentile e comprensiva. Il nostro “staff”, sempre pronto a sorreggerci e ad aiutarci. Gli amici dagli sguardi puliti. Vorrei dire a tutti che, fra pioggia e folate di vento, il loro porgersi ha portato il sole. E poi domani non ci sarà bisogno di bagnare le piante. Che, retorica a parte, c’è sempre un bagliore in ogni oscurità.

Di voti e colori

IMG_8415

Da che mondo è mondo,”Vicolo Corto” e “Vicolo Stretto”,nel gioco del Monopoli,sono le proprietà più snobbate. L’ambizione massima è riuscire ad accaparrarsi “Parco della Vittoria” e “Viale dei Giardini”,così,tout court,magari al primo giro del tabellone. Eh già! Quella brama di potere che,se sei posizionato su “Viale Costantino”,potrebbe portarti a dire di aver fatto 13 ai dadi pur di metter piede sul parco vittorioso (so che qualcuno di voi avrà già cercato la sua vecchia scatola per verificare che siano davvero 13 caselle 😊)

Domenica,nella mia città,ci saranno le amministrative. Non ho mai avuto appartenenze partitiche e non mi sono mai sentita una bandiera nello “zigzagare” le mie opinioni. La libertà di pensiero è l’unica caratteristica che mi appartiene ed in virtù della stessa,concedo alle mie convinzioni l’autonomia necessaria per uscire dall’inerzia delle ideologie calate dall’alto. Il tradimento peggiore è quello verso se stessi.

Delle nuove pedine in ferro del Monopoli,mi piace la scarpa. Lascio volentieri ad altri la macchinina di metallo con la quale giungere al trono in tutta velocità. Amo i passi lenti,quelli che permettono di fermarsi fra la gente a suon di strette di mano. Quelli che se parti dal punto che tutti snobbano e deridono,incontrerai il lato più intimo delle persone. Delle vecchie pedine in legno,sceglierei la candela. Per associazione mi ricorda la fiaba de “La bella e la bestia”,aiutandomi a distinguere quando gli istinti bestiali prendono il sopravvento. Ogni persona ha la propria bestia interiore. C’è chi la evolve e chi,ahimè,la nutre di bassezze che annientano il senso dell’umanità.

Quest’anno voterò un intento. Voterò l’energia e la comunicazione. Voterò i discorsi franchi e concreti,spesso più efficaci di fluide oratorie dalla sintassi impeccabile. Voterò l’eleganza della corsa al potere che ascolta con rispetto e senza smorfie i discorsi degli avversari. Voterò il passo semplice che si sofferma in ogni vicolo,la potenza del sorriso e la stanchezza sul volto. Voterò il gesticolare,l’umanità e la voglia di fare. Voterò le orecchie sorde alle provocazioni e l’ascolto trasversale.

Tra “probabilità” ed “imprevisti”,dove talvolta ti mandano “in prigione senza passare dal via” con quattro chiacchiere da bar,ripongo la mia fiducia nella semplicità resiliente. Amo il coraggio delle espressioni dialettali che uniscono,senza paura che l’intellettualità storca il naso. Seguirò la filosofia dell’albero,secondo la quale se vuoi ospitare gente sui rami,devi nutrirne le radici ogni giorno per evitare che il peso eccessivo ne spezzi il tronco. Amo le differenze che arricchiscono in nome del rispetto e le tradizioni che non cedono il passo all’oblio.

Stimo la capacità d’ammirazione,quella che affossa l’invidia e permette di gioire dei successi altrui. La capacità di riconoscere un successo onora l’intelligenza. Salto giuliva tra Viale Monterosa,Corso Magellano e Largo Augusto,pensando che,alla fine,Parco della Vittoria non avrebbe nessun valore senza Vicolo Corto.  La cosa importante (come sostiene una mia amica) è di potersi specchiare con serenità comunque vada. E dopotutto,visto che chiunque,colori politici a parte,collezionerà meriti e demeriti,tanto vale concorrere in correttezza. Che un tiro di dadi fatto con il cuore,vale più di mille carrozze bianche piene di parole.

 

Di spazzolini e libertà

IMG_7575

Ad ogni equinozio e solstizio cambio gli spazzolini da denti. Così, in una sorta di “hic et nunc” senza alcun richiamo esistenzialista ma con riferimenti notevoli alla mia memoria ingiallita, in una condizione di spazio tempo che mi colloca qui (in bagno) ed ora (o mai più!), nella speranza che un preciso riferimento stagionale garantisca l’igiene dentale di tutta la famiglia. Perché quel convinto “domani lo faccio”, non trovi oblio trimestrale fra i miei neuroni incantati.

Distratti si nasce ed io, modestamente, distratta nacqui, godendo del privilegio di poter camminare sulle nuvole per quattro decadi e lasciando parecchie zavorre a terra, con percorso mnemonico dinoccolato, in perfetto stile Zazà. Il rovescio della medaglia lo pago in passi, quelli che ripercorro tornando a casa, quando mi accorgo che senza chiavi dell’auto non si va da nessuna parte.

Dopo la quarantina, anno più anno meno, la memoria si fa più snella, lasciando fuori lo scarto che può esserici tra XL ed XS. Ed è in quello scarto assassino che ti devi arrangiare. O ti “post-itti” dappertutto. Ovviamente dopo aver tentato di ritornare agli albori della tabula rasa a suon di “Settimana Enigmistica”, che poi adesso c’è suo cugino il “Blocco”, la versione mensile che ti concede la possibilità di aver finito la copia precedente quando acquisti la successiva.

In questo “Pseudocrepuscolo post-quarantile”, ci sono però punti fermi che non si scorderanno mai.

LE PREGHIERE

Potresti vivere nove decadi abbondanti ma anche sulla soglia della decima, saresti perfettamente in grado di recitare “Gesù d’amore acceso” con tanto di “O” iniziale e conseguente alleggerimento di coscienza. Rischieresti di faticare sul “Credo” se non recitato in coro, strizzando tutt’alpiù un occhio a Bennato, che “…un giorno credi di essere giusto…in un altro ti svegli e devi cominciare da zero…”, in una sorta di autoanalisi che impedisca al tuo ego di nutrirsi a dismisura. Che, tutto sommato, si può essere buoni cristiani senza essere cattolici ineccepibili ma non ci si può considerare buoni cattolici se non si è cristiani nella vita.

 

LE TABELLINE

Per la nostra generazione “pre-smartphone”, la calcolatrice era tabù. I conti con le dita e gli stessi conti che non tornano a pranzo, comunicandolo con un piccione al maggiordomo, sono lo zoccolo duro della nostra matematica d’un tempo. Che se in fin di vita ci propinassero un 6×8, sarebbe un 48 tutto d’un fiato senza risotti, contesse o casotti. Teniamoci in sospeso il curato per l’estrema unzione imminente.

 

LA MATURITÀ

Potrai plurilaurearti, collezionare Master come figurine e fare una carriera strepitosa ma lei sarà sempre lì, puntuale nei tuoi sogni, tremendamente ricorrente e nitida, minuziosamente raccolta in “bigini” stratosferici dalle mille discipline. Il sorteggio onirico delle materie è da cardiopalmo, con scritti ed orali che ti dividono dall’ ESTATE per antonomasia, quella senza compiti e senza esami a Settembre.

 

LA PRIMA VOLTA

Ne ricordi l’imbarazzo ed il timor da principiante. Se sei un uomo, in tempi nei quali l’educazione sessuale a scuola erano ancora lontani, sarai uscito dall’empasse parlandone con gli amici o sfogliando furtivamente giornalini sciupati nelle case sull’albero. Se sei una donna, il massimo dell’erotismo l’avrai visto nel sacchetto di patatine de “Il tempo delle mele” che perse il fondo in un cinema, su un paio di jeans sbottonati. Che poi c’erano anche “Paradise” e “Laguna blu”.

 

IL PARTO

In questo caso non puoi che essere donna. Almeno per ora. Ne ricordi le spinte sovraumane e le occhiaie alle ginocchia, che manco una tonnellata di correttore. In caso di tagli e cuciture di rilievo, maledirai con affetto il tuo ginecologo ogni volta che poserai il lato B sopra una sedia. Se portavi una seconda, alla prima montata lattea decisa proverai il salto di misura, spesso triplo. Il rovescio della medaglia è che, al primo svezzamento, ritornerai alle origini. Ma ciò che ricorderai all’infinito sarà Il primo sguardo di tuo figlio.

 

 

 

Stordita di ricordi, sistemo gli armadi. Il cambio stagionale non mi appartiene, conto i miei abiti sulle dita di una mano. Tra una gruccia e l’altra, sposto qualche scheletro. Non che il mio sia l’armadio di Mirabeau, ma almeno una falange sulla quale meditare credo esista in ogni guardaroba. Giusto quel pensiero sul quale vorresti riflettere o quell’opinione che potresti modellare. Così, d’emblée, con quel tocco brioso che allontana la staticità dei pensieri. E rende unici. Che se “comportarmi da persona civile” è una mia priorità, “risponder sempre di sì” non è la caratteristica che fa per me. Vorrei vento nei capelli. Lo troverò in bicicletta. Acchiappo un giubbino di jeans a fiori fucsia. Porta una scritta che, non conoscendo l’inglese (https://claudiabrugna.com/2017/01/05/di-canzoni-e-t-shirts), affido a google traduttore:

“Non solo sedersi ed aspettare, creare il proprio futuro”.

Mia figlia mi schernisce dolcemente non ritenendolo un giubbino da quarantenne. A quattordici anni, far parte di uno schema estetico di massa rassicura. Lo indosso ed esco. Piove a dirotto. Risalgo e mi getto vento nei capelli con un phon. C’è sempre una soluzione, un’alternativa. Sorrido. Bicicletterò un’altra volta. Dopotutto, domani è un altro giorno!

Di aromi e distanze

Durante l’infanzia,fra le tante amicizie,frequentai due bambine,entrambe figlie uniche,molto diverse fra loro e delle quali mi colpirono alcuni atteggiamenti.

La prima m’invitò a casa sua un paio di pomeriggi a giocare. I genitori erano sempre al lavoro e lei stava spesso con la zia in una deliziosa casetta di quartiere. Dopo qualche minuto in cortile a guardarmi e a chiedermi a cosa potessimo giocare,nonostante la meravigliosa miriade di giochi all’aperto fra i quali si poteva scegliere all’epoca e che oggi ricerchiamo con nostalgia su internet,lei decise che non c’era nulla da fare e mi portò in camera sua per giocare con le bambole. Entrai nella sua cameretta e m’illuminai. Sopra una mensola,come in passerella,stavano fianco a fianco tutte le Barbies da collezione,anno dopo anno. Per me,la cui famiglia Barbies era semplicemente composta da Barbie sposa con Ken,Barbie tennista con Skipper ed eventualmente da Big Gim da fidanzare alla tennista con corpino arancio e gonnella bianca (più brutto e più basso di lei se paragonato a Ken,ma loro si amavano),vedere quella collezione fu entusiasmante e glielo manifestai entusiasta. La sua mancanza di gioia nel rispondermi che gliele avevano regalate i genitori ma a lei non poteva fregargliene di meno perché intanto loro non c’erano mai,mi colpì e mi rattristò. Giocammo un paio d’ore sommerse di bambole e giocattoli d’ogni tipo,tutto senza sorrisi,con tanti silenzi,tanta noia e tante risposte maleducate alla zia che m’imbarazzarono molto.

Con la seconda bambina,alla quale ripenso spesso con affetto,estremamente intelligente ed infinitamente studiosa,condivisi la passione per i giochi in scatola,visto che non le era permesso di uscire più di tanto che “…fuori ci si ammala ed è pericoloso…”. La sua casa,che tra specchi e pavimenti non c’era differenza,era tutta pattine in feltro sull’uscio e strofinacci bianchi di cotone per sedersi senza rovinare il divano. Che per una come me che passava i pomeriggi con gli amici tra fossi e fienili,significava lavarsi le ginocchia ottanta volte prima di andare da lei. Sua madre era sempre gentile ed affettuosa nei miei confronti. Mi adorava. Come adorava i capelli della figlia che pettinava in continuazione. Mentre a tutte le sue Barbies,la figlia tagliava i capelli a spazzola e metteva il rossetto rosso. Forse in una sorta di ribellione casalinga. Andavamo molto d’accordo,pur essendo completamente diverse. L’unica volta che lei si arrabbiò con me,fu quando alzai un bicchiere per liberare delle mosche che aveva intrappolato per vedere quanto tempo sarebbero vissute senz’aria. La stessa aria che veniva strozzata dal tappo di sughero che la mamma metteva nel rubinetto del bagno,per evitare che cadessero gocce nella vasca.

Entrambe le bambine avevano gli occhi tristi. Entrambe per questioni di distanze. Troppo distanti per lavoro i genitori dell’una. Troppo vicini e soffocanti i genitori dell’altra.

Mia madre mi ha cresciuta alla giusta distanza. Quella che ti ama mentre ti mette le ali e ti invita a rialzarti se inciampi. Quella che ti tiene in braccio da neonata,perché il bisogno d’amore non può essere un vizio. Quella che piangere fa bene all’anima ma frignare per nulla non serve a nessuno. Ho potuto sperimentare le distanze del litigio,misurando opinioni per strada con gli amici senza adulti protettori fra i piedi. Mi è stato concesso di vivere la fede senza sensi di colpa,imparando a dividere con Dio meriti ed insuccessi, senza sentirmi un automa mossa da chissà quali corde. Mia madre ha sempre riempito la casa di bambini,che c’è un tempo per lo studio ed uno per il gioco. Ha sussurrato alle mie idee di non chiudersi in tanti schemi,che la spontaneità vola sull’ipocrisia. Mi ha insegnato regole comportandosi,senza troppi dettami. Ha saputo incoraggiarmi nella timidezza,che se di guance rosse non si muore,di troppa sicurezza ci si ferisce. Ha fatto del dialogo la regola primaria e della particolarità d’ogni figlio la propria forza interiore,raccomandando ad ognuno di tener sempre fede al proprio essere,nel rispetto altrui. Ho capito fin da subito che di faccia ne abbiamo un sola e che se ne mostri due ti annulli dentro. E se la faccia interiore è quella con la quale farai i conti tutta la vita,ringrazio mia madre di aver contato con me.

Ci sono mille episodi gioiosi che ricordo della mia infanzia,uno su tutti quando mi addormentavo sul divano tra le braccia di mia madre e mi risvegliavo con il borbottio della moka sul fuoco. La giusta distanza si trasmette così,tra amore e fiducia,in una sorta di gioco GOING dove ti rimandi la palla ovale arancio allargando le corde. E non fa niente se a volte allarghi le manopole con troppa forza e dentro quella palla ci stanno anche i momenti no,le litigate ed i telefoni riattaccati di rabbia,perché se ti hanno insegnato a misurare la forza,aggiusterai il tiro successivo. Ed ogni volta che le tue narici accoglieranno l’aroma di caffè,ricorderai che l’amore può tutto. Sempre.

Grazie mamma,oggi è la tua festa,ma io ti amo ogni giorno 💞

( La poesia “Le scarpe già corte” che compare nella foto,è tratta dal libro BARBAMILÙ BARBAMILÀ,2001 )

Di Tubetti e colori

IMG_7454Tubetto blu notte si sentiva solo. Era una solitudine non voluta,quasi indipendente dalla sua voglia di essere ma allo stesso tempo invalidante. Fin da tubettino aveva pian piano smesso di sorridere ed i suoi abbracci gli si erano bloccati dentro. La padronanza del proprio sguardo si era affievolita…sembrava quasi che i suoi occhi fossero più timidi. Mamma Tubetta non aveva mai smesso di parlargli nonostante lui sembrasse sordo. Ed aveva imparato ad abbracciarlo con delicatezza,senza aspettarsi nulla in cambio. Allo stesso modo continuava a sorridergli,di un sorriso volutamente poco rumoroso e non indisponente. Venne il tempo della scuola e Mamma Tubetta,con fare gentile,accompagnò Tubetto blu notte nella sua nuova classe,raccomandandogli di stare tranquillo e di cominciare a contare in caso di agitazione. Il primo giorno,Tubetto blu notte contò fino a mille. Così il secondo ed il terzo giorno. Il quarto volle stare a casa. Il quinto giorno contò fino a novecento. E nel cento che avanzava osservò a tratti i suoi compagni. I Tubetti colorati non contavano. Correvano,saltavano vivaci fuori dalla loro scatola ma,soprattutto,ridevano in maniera eccessivamente fragorosa. Tubetto blu notte li conobbe pian piano,dedicando trecento a loro e settecento al conteggio. Tubetto giallo lo aveva spesso invitato per far verde. Tubetto rosso lo cercava per far viola. Entrambi lo chiamavano a far marrone. Ma lui non voleva. Anzi,avrebbe voluto ma non poteva. Il cambiamento lo intimoriva e lo agitava. Si susseguirono numerose pittrici che,interagendo con i tubetti,dipingevano paesaggi meravigliosi. Avevano più volte cercato invano a Tubetto blu notte il suo colore, ma lui preferiva starsene alloggiato nella scatola,perfettamente dritto e senza che nessuno gli togliesse il tappino,che poi sarebbero seguite carezze di pennello per lui destabilizzanti. Nei quadri Tubetto blu notte non c’era mai. E Dio solo sa quanto avrebbe desiderato esserci. Ma l’ interazione finiva sul nascere. Tubetto blu notte riprendeva a contare e le varie pittrici riprendevano ad ignorarlo. Era tutto più semplice. Ma molto più triste. Finché una mattina arrivò una nuova pittrice. Aveva gli occhi celesti ed in quello sguardo Tubetto blu notte volle provare a guardare. E si sentì tranquillo. Quella mattina contò solo cinquecento. La Nuova Pittrice gli disse che sapeva contare molto bene. Finora glielo avevano detto solo Mamma Tubetta e Papà Tubetto. Si emozionò. Non lo diede a vedere,ma lei lo capì. La mattina successiva,la Nuova pittrice comunicò alla classe che non avrebbero dipinto paesaggi. Tubetto blu notte,temendo di non aver ben capito,smise di contare ed alzò lo sguardo. E sentì una proposta che sapeva di meraviglia. Avrebbero dipinto una scatola di colori,dove ogni tubetto avrebbe rappresentato semplicemente se stesso. Un’idea pazzesca! Tubetto blu notte abbassò lo sguardo e si giocò la felicità tra le dita. Dall’agitazione si dimenticò di contare. Era arrivato a quattrocento. Il problema era che avrebbe dovuto togliersi il tappino e,pur volendo comparire in quel quadro meraviglioso,l’idea lo bloccò.

– Tubetti,svitatevi i tappini ed iniziate pure a colorare – disse la Nuova Pittrice.

Poi,avvicinandosi a Tubetto blu notte gli disse con fare gentile:

– Tubetto blu notte,tieni pure il tuo tappino,prenderemo insieme un po’ di colore dal fondo del tubetto,ti va? –

Dal fondo!

DAL FONDO!!

D A L F O N D O ! ! !

E chi ci aveva mai pensato a proporgli un’alternativa del genere,ma certo che gli andava! Si dondolò un poco,parlò con le sue mani,contò dieci e poi,guardando i capelli della Nuova Pittrice,rispose:

– Si –

I Tubetti colorati erano al settimo cielo! Avrebbero fatto un quadro tutti insieme!!! E poi,anche per loro era una novità rappresentare se stessi. Nel riconoscimento della sua diversità,Tubetto blu notte si sentì uguale agli altri Tubetti colorati. Lui imparò a guardare fuori,loro impararono a guardarsi dentro. E l’interazione si compì in empatia. Ne risultò un capolavoro. Alla fine dell’anno scolastico,il quadro fu mostrato alle Famiglie Tubette. L’entusiasmo fu eclatante. Qualcuno non lo capì. Un paio di Genitori Tubetti,ancorati alla zavorra del luogo comune,azzardarono una critica. Che cadde nel vuoto. Cancellata come un colpo di spugna sull’onda dell’amore che il quadro aveva creato. Ci fu un applauso immenso. Per Tubetto blu notte un po’ fragoroso,ma estremamente gradito. Si sentì felice. E compreso.

La Nuova Pittrice restò per l’intero percorso scolastico. Tubetto blu notte imparò gradualmente a mischiare il proprio colore,preso dal fondo,con gli altri Tubetti e comparve timidamente in ogni quadro. Anche nel cielo dei paesaggi. Gli era stata data la meravigliosa possibilità d’interagire con forme e colori differenti,nel rispetto della sua unicità. A fine percorso contava cento,ma la Nuova Pittrice gli disse che andava bene così,che avrebbe dovuto tenere sempre un cento in tasca per affrontare le nuove avventure.

Prima delle vacanze estive,la Nuova Pittrice venne salutata con un’esposizione completa dei quadri che aveva creato con tutti i tubetti. Al momento del saluto qualche tubetto la baciò,qualcuno la strinse forte ed in molti si commossero.

Tubetto blu notte l’avvicinò delicatamente,le accarezzò con grazia i capelli e si fece svitare il tappino di un quarto appena. Poi se lo fece richiudere subito e le sorrise. Alzò timidamente lo sguardo e vide che gli occhi celesti della Nuova Pittrice tenevano dentro qualche lacrima. Ma lui sapeva bene che non era triste,perché proprio lei gli aveva spiegato che esistono anche le lacrime della felicità. Le stesse degli occhi marroni di Mamma Tubetta.

( 2 Aprile 2017,Giornata della consapevolezza dell’autismo )

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: