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diserieZero

…sono solo una, non sono nessuno e nemmeno centomila… mi piace considerarmi una scrittrice "di serie zero", dove per zero s'intenda la capacità di lasciarsi permeare a tutto tondo da ciò che arriva, senza farsi intrappolare dalle idee, che poi cambiano, senza farsi imprigionare dalle convinzioni, che poi si rovesciano, senza farsi scrivere il destino, che poi si cancella e si riscrive…

Di vini e negozi

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Anche l’ideal marito, da mongolfiera diviene zavorra se trascinato a suon di shopping.

Milano city. Dodici dicembre. Un paio di calici di buon gewurztraminer a tutto pasto, mettono in serio pericolo l’equilibrio del mio sguardo. A metà tra l’assopito ed il rintronato, concludo le pietanze a caffeina e mi ripiglio per due passi in centro. Cappotto indosso e sciarpa al collo, mio marito ha pure i guanti. Il fortunato. La sottoscritta si accontenta d’infilargli le mani in tasca, godendo dei suoi, visto che i miei si rilassano giulivi a casa, nel cassetto che tre volte su quattro volte mi dimentico di aprire, autoprovocandomi la ramanzina, silenziosamente petulante, delle mie nocche gelide e rosse di rabbia. Vige una specie di contrasto bipolare fra ciò che il mio corpo vorrebbe fare e ciò che la mia mente decide di assecondare, con conseguente accorpamento d’indumenti sull’orlo di una crisi di nervi, che aspettano invano di essere utilizzati nella stagione che più conviene loro. L’aspetto positivo, se lo godono alla prima uscita in pompa magna, ancora freschi d’acquisto. Guanti che a fine febbraio non hanno un pelucchio appallottolato, ombrelli dallo scatto felino e con le aste ancora in sede e sciarpe che per divenire vintage ci vorrebbe una decade. Peccato che di lì a poco, begonie ed azalee faranno capolino nei giardini appena inerbati.

Chiacchierando a passo doppio e deciso nella via che di Bonaparte fece il Monte, c’infiliamo da Cova per un cafferino al banco e decidiamo di dividerci per negozi. Per me il non plus ultra della libertà. Un lieve migrare in solitudine, fra luci e colori prenatalizi sapientemente accostati.

Esistono almeno tre motivi per lasciare i mariti lontani dal proprio shopping.

  1. LA NOIA: Quel sentimento geneticamente, antropologicamente ed arcaicamente radicato nell’animo maschile, per il quale seguire la propria moglie tra appendini e capi d’abbigliamento diviene una tortura. “Hai finito?”, “Hai ancora molto?” e “Quanto ti manca?”, sono i tre tormentoni che alla fine ti portano all’uscita forzata. Piena di domande e con le risposte fra i denti.
  2. IL CALDO: L’uomo dei tempi moderni, accusa vampate surreali in qualsiasi negozio. Al primo scaffale a sinistra, annaspa come fosse in premenopausa e ti dice che ti aspetta fuori. Peccato che poi te lo ritrovi alla tenda del camerino con sguardo sofferto in stile cane bastonato. Che l’ormone ti va al cervello a tal punto che vorresti taccheggiarlo e metterlo in vendita. Senza possibilità di reso.
  3. IL SENSO D’UTILITÀ: Il tempismo nel cogliere dal tuo sguardo ciò che vorresti acquistare e che lui decide di prevenire  con la frase: “Ma sei sicura che ti serva?” “Ma no, guarda, volevo acquistarlo così, tanto per fare…” E ti dirigi scattante al reparto uomo, decisa a restituirgli la stessa premura frettolosa alla prima richiesta di consiglio da parte sua.

Se il vero amore chiama amicizia, i patti chiari ne allungan l’esistenza. Dividendo le nostre strade nel “quartier de riverissi”, attuo rilassata la migrazione in solitaria.

Si parte da un selfie con la meravigliosa pecora* in versione DIESEL, colei che sprigiona dignitosa la sua personalità, giubbotto in pelle nera e riccio azzurrato, che mi riporta ai vecchi tempi delle mie chiome celesti. Stagione 2017/2018: Chiodo-Pullover rennato 1-0. Per la serie: costruite su di me la realtà che preferite, che il vestito è mio e me lo gestisco io. Chapeau!

Si prosegue da OYSHO, con passo ovattato tra fantastiche vestaglie cinigliate, caldi calzettoni strapelosi ed amabili coperte animate. Una goduria. Pigiami vaporosi. Di quelli che se hai il segno vita te lo annullano e se non ce l’hai poco importa, che l’ultima sciancratura si è defilata silente fra cuciture parallele tutte d’un pezzo. Quell’abbraccio extra-large di morbidezza che però, ahimè, manderebbe in cantina anche la libido del consorte più innamorato. Mi selfizzo nel camerino con berretto notte pecoroso e coperta orecchiata. Che se il caso affacciasse Luca alla tenda, potrei rimembrargli la simpaticissima Ivana.

Dopo curioso autoscatto sugli scalini, eccomi da Wycon, per l’acquisto di due matite occhi color “verde mare”, come lo appella mio figlio, correggendomi quando definisco i nostri occhi azzurri. Che poi “verde petrolio” è forse l’abito che la mia iride indossa meglio, ma “verde mare” fa più chic, senza radical aggiunti. La commessa, gentilissima, mi chiede se io abbia bisogno di altri prodotti e m’invita ad un ulteriore acquisto. Ebbene sì, pensandoci bene, potrei anche farmi consigliare un buon contorno occhi, di quelli strong, ma temendo che mi proponga l’alternativa del chirurgo estetico più vicino, rimbocco le occhiaie e declino sorridente l’invito. Un buon correttore la farà da maestro. E le galline continueranno a a scorrazzare beate, lasciando zampate di felicità sulla mia aia oculare.

Da TEZENIS acchiappo calzini brillanti e canotte. In attesa di pagare, osservo i maxi schermi che proiettano bellissime donzelle danzanti in slip e reggiseno. Noto che il loro peso si quantifica in grammi. Gli stessi che si concentrano sulle maniglie dell’amore di noi comuni mortali in coda alla cassa. Grammo più, grammo meno. La differenza di felicità sta nell’autoamarsi in ogni caso, fondamentale eh, che “I peggiori delusi sono quelli che si sono delusi da soli” (Christian Nestell Bovee).

Da una migrazione all’altra si fa “pre-sera”, quel meraviglioso arco temporale tra il buio ed il chiaro, quella sfumatura che rende le vie romantiche e le pennella di rosa. Quel “fra gnac e petac”, tanto per intenderci al volo, che se ti trovi alla guida ti proietta diretto ne “L’IMPERO DELLE LUCI” di Magritte.

Giunge il tempo di ritassellare il puzzle coniugale. Ripercorrendo a ritroso la vecchia strada dei conventi, i cui orti si tramutarono in lussuosi giardini, cerco mio marito e i suoi guanti. Li ritrovo poco dopo il civico 9 dove, in quel di Marchesi, la caffeina da banco mi ha nuovamente ristorato l’acume. Mi raggiunge con la  Toy Box #DGFamily in sacchetto di carta musicale, che se parlassi inglese non potrei che affermare:

“OMG! But it’s wonderful!!!”

Ma glielo dico con gli occhi, in quel verde petrolio che tutto può. Ci si intreccia le dita, pelle a pelle senza guanti, e si rientra in quel di casa nostra. Non prima che lui abbia simpaticamente scommesso su quanti minuti riuscirò a stare sveglia in auto, nel tragitto che da meneghina mi riporterà cremasca.

Stanotte arriverà Santa Lucia. È Il primo anno che nessuno dei miei figli crede più in lei, nel suo ruolo d’ambasciatrice del gioco perlomeno. Se dal lato economico ciò mi avvantaggia, che “ragazzi dateve ‘na regolata che si paga anche il carbone”, dall’altro mi struggo ripensando al rossetto che lasciavo sul bordo della tazzina, con una parte di biscotto sul fondo, alla letterina in cui l’elenco dei buoni propositi era infinito, alle caramelle sparse per casa ed ai pelucchi che strappavo dalla coda del cavallo a dondolo, per incastrarli nella finestra. (Nel frattempo, dalla soffitta lui ringrazia di aver conservato almeno quattro peli oltrenatica). Il rovescio della medaglia sta nel non doversi alzare all’alba per togliere il mazzolino di fieno dal cancello. Ma all’alba mi sveglio comunque. Perché guardo al futuro, strizzando un’occhio al passato. Perché mi piacerebbe che s’ingolfassero di risate come caramelle. Perché voglio acchiapparne l’espressione quando apriranno i regali. E perché vorrei augurare loro che “gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe” (Francesco De Gregori). Che, come afferma Fabrizio Caramagna, “Non guardare se il tuo bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Guarda quanta luce c’è nel bicchiere”.

E che non ci sia troppo vino!

(*FOTO PECORA: Vetrina DIESEL STORE Milano)

#diseriezero

#claudiabrugna.com

Di ravioli e sintonia

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Martedì è serata toast. Cotto e fontina compaiono magicamente in frigorifero il mattino e scompaiono in un volo poco dopo il tramonto. Lavorando nella ristorazione e cucinando per lavoro, nel giorno di chiusura, pan tostato e farcitura è la soluzione ottimale che respinge la deformazione professionale oltre le quattro mura. Latte e acqua, trovano compagnia per un giorno a settimana; solitari i rimanenti sei, bivaccano liberi sui ripiani interni, strizzando l’occhio al brodo (rigorosamente in gelatina) che li guarda dall’alto, abile danzatore sull’andazzo della porta in ogni sua apertura e chiusura. Buio e luce. Luce e buio. Che se non fosse per lo scoppiettio dei cubetti ghiacciati del freezer nel reparto di sopra, sarebbe un silenzio troppo freddo ed ingiusto per ogni frigor che si rispetti.

Intanto sul divano si accoppiano coperte e cuscini, ciabatte e calzettoni. I capelli bagnati reclamano un phon ma si adattano ad un “torchon salviettoso” abbottonato sulla fronte, appena più su di dove si danno i baci innocenti, quelli che magicamente rilevano anche la febbre. I vassoi da letto rubano funzioni al tavolo, le posate stanno in stand by ed i bicchieri pure. Temporaneamente sostituiti da lattine e bottigliette, in una spartanità “coscia a coscia” tremendamente accogliente. Si respira libertà. Tra una discussione e l’altra su chi curerà la tostatura e chi servirà al vassoio.

Nove volte su dieci, il tramonto è già passato da un pezzo. Serate nelle quali in stand by vanno anche gli orologi. Con lancette e minuti a seguito. Così, in una dimensione surreale, al di fuori di qualsiasi canone, semplicemente intersecata ai bisogni primordiali di affetti ovattati ed appetiti sfiziosi.

Al “periodo toast”, si sono spesso alternate serate gustosamente monotematiche. Il raviolo alla zucca è stato l’indiscutibile protagonista di numerosi martedì casalinghi. Vestito di burro e scaglie di parmigiano, ci è entrato nel cuore e nel palato a tal punto che una sera, mia figlia, se n’è uscita serafica con la frase:

– Mamma, quando non ci sarai più e mangerò i ravioli alla zucca, mi verrai sempre in mente –

Credo che in quel preciso istante, il raviolo nella mia bocca si sia arenato sull’epiglittode e che la mia gola abbia di colpo imparato tutti i nodi del marinaio dei bastoncini di merluzzo.

L’ha affermato così, soave e gentile, con quella tenerezza “strong” che ti fa sentire importante in un pezzo d’impasto, mischiato a formaggio e verdura. L’ha pronunciato a fil di labbra, con la nonchalance tipica degli animi senza filtri, veri e sinceri, stupendamente trasparenti come le lacrime che ho cacciato di tutta fretta in gola con raviolo and company, fingendo una falsa padronanza quando invece avrei voluto lasciarmi andare platealmente come in un film, inumidendo fazzoletti e sfiatando sfinita di commozione. Sono quelle dichiarazioni d’amore che non ti aspetti, accidenti, ma l’amore d’altronde non s’insegna, si trasmette e si tramanda.

Circa tre settimane fa, mentre preparo la linea di cucina per la serata, ascoltando Mango ed azzardando un ballo, la bimba della zucca amorosa, che nel frattempo si è fatta liceale, mi chiede di spegnere la musica perché non riesce a studiare.

Girando su me stessa a suon di “Monna Lisa”, me ne esco serafica con la frase:

– Ma si, dai, quando non ci sarò più, mi ricorderai felice e ballerina –

Glielo dico così, soave e gentile, con quella tenerezza “strong” che vorrebbe portarla in un palmo di mano e sollevarla al sole, pronunciandolo a fil di labbra, con la nonchalance tipica degli animi canterini, caparbiamente liberi e vivaci.

– Mamma, ma che brutta cosa che mi dici! –

Se capita il discorso, conversiamo delle assenze con la giusta leggiadria, senza soffermarcisi troppo, in quella toccata e fuga che rende gli argomenti meno cupi e più leggeri. Ma doverosi. Da pendendere sotto braccio con coraggio e lasciare all’arembaggio poco dopo. Tenendosi la felicità.

In un passo di danza felpato, con la grazia che si conviene a tre decine e nove unità sulle mie calzature tutt’altro che minuscole, la raggiungo e la cingo alla vita. Lei mi abbraccia le braccia e siamo in sublime sintonia, in uno di quegli attimi pirandelliani nei quali le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu*

Mi rendo conto che per sussurrarle all’orecchio, dato che non sempre la lunghezza del piede è direttamente proporzionale all’altezza, devo alzare leggermente il viso e, donando goliardia alle mie parole per sdrammatizzare, le tendo una similitudine alla sua frase di anni prima. Si stupisce e non rammenta di avermela detta, ricordando invece le nostre cenette intime di famiglia a base di zucca.

Mi scatta la magia. Per la sua capacità di trarre bellezza da discorsi malinconici che è naturale affrontare. E per l’attitudine a trattenere le positività come l’oro nel setaccio. Che affiora dalla sabbia ma sa lasciarla cadere per splendere di suo.

Percepisco che le sensazioni sono tutto ciò che conta davvero. Capisco che, in famiglia, conversare di assenze non può divenire un tabù, per lasciarne gestione casuale a balene blu volanti o a devastanti racconti di cronaca famelici di share. Mi rendo conto che delle persone resteranno le sintonie, che le emozioni non dette peseranno come macigni se non si potranno più dire e che gli abbracci non dati ci stringeranno di rimpianti se non si potranno più dare. 

E allora Caron, non ti crucciare**, se io e la ragazza della zucca doniamo riso a discorsi seri e la prendiamo così, la vita, tra un passo di danza ed un abbraccio a pari altezze. O quasi. Se sorridiamo alla serietà dei nostri discorsi, lasciando a te e all’Acheronte negatività, zavorre e peccati originali. E se ci fotografiamo dall’alto i piedi che, fra l’una e l’altra, sono quasi ottanta unità. 

E meno male che c’è Halloween a stemperare il tutto, con le sue zucche vuote e il suo schernir quella dipartita che si vorrebbe zittire. Con le sue maschere esorcizzanti ed i suoi fantasmi scacciapensieri. Con quel dolcetto o scherzetto che rende liete le bocche dei bimbi e ne delizia i palati golosi. Che poi, a conti fatti, tutto ciò che resta realmente è quello che non ci si è dimenticati di darsi e di dirsi.

(*Pirandello, IL FU MATTIA PASCAL)
(**Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA)

Di ombrelli e percezioni

*IMPUT, nel linguaggio comune, risulta essere un incentivo, un invito al fare. Con grande euforia, colgo questo stimolo letterario dall’INCIPIT di Arianna Orazi degli #aedidigitali. Di seguito, la sua traccia, la foto da lei proposta ed il mio racconto che, in un certo senso, appartiene anche a lei. Grazie Arianna.

“Oggi giochiamo a continuare la storia, dato un incipit scegliete come continuare e chiudere il finale. Perchè la #percezione di un colore, di una forma. Il gioco della finestra umida e opaca. Cosa c’è oltre la dimensione soggettiva delle nostre soggezioni? O suggestioni?”

INCIPIT

“La nostra storia inizia a Parigi in un giorno di pioggia, Noah esce di casa e prende le bus. Dietro al finestrino intravede un ombrello giallo, un sole nel grigio del giorno. Noah scende e segue qualla macchia soleggiata per i vicoli di Mont Martre… e?”

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Noah uscì di casa e prese “le bus”. Solitamente andava al lavoro in metropolitana ma quel giorno, in un inizio mattina ancor troppo buio per definirsi alba, preferì viaggiare a filo asfalto. Al ritorno avrebbe riacchiappato al volo la 12, da MADLEINE a MARCADE-POISSONIERS e da lì, la 4 fino a casa. Improvvisamente, perso fra i suoi pensieri di viaggio, da dietro al finestrino intravide un ombrello giallo, un sole nel grigio del giorno. Noah trasalì di una #percezione non ben definibile ma particolarmente intensa. Quel colore, quella rotondità, quel dolce incedere che lo spinse a scendere per seguire quella macchia soleggiata per i vicoli di Montmartre. Percorse metri e marciapiedi nella “terre libre des aristes”, passo dopo passo sulla frenesia di chissà quale scoperta. Nel frattempo, l’alba fu degna del proprio nome, le nuvole interruppero il loro pianto e l’ombrello si chiuse. Dita sottili dalle unghie laccate d’un celeste intenso, lo strinsero in un laccetto e ne bloccarono lo sfarfallio in un click. Le ultime gocce si strizzarono a terra e Noah rimase fermo e fisso. Immobile nei passi e nei pensieri. La donna si allontanò con tacco deciso e l’ombrello giallo si fece pagliuzza d’orizzonte. Noah continuò a chiedersi perché l’avesse seguita. Nel frattempo, il giro delle lancette che non aveva perso un colpo, lo riportò sui suoi passi, dirigendolo di fretta al lavoro. Poco distante avrebbe agguantato la 12 con un salto felino, alla fermata ABBESSES. In prossimità degli scalini che avrebbero reso tetto l’asfalto, s’imbattè ne “LE MUR DES JE T’AIME”. Ripercepì. Si ritrovò avvolto nella stessa sensazione di poco prima e ancora non riuscì a coglierne il significato. Si diede una scossa mentale e balzò in carrozza, diviso fra riflessioni profonde e misteri emotivi.

La giornata lavorativa trascorse pensierosa.

Prima del rientro, acquistò una torta ai lamponi che Michelle adorava. Gli era sembrata un’ottima idea per festeggiare il suo compleanno, che peraltro coincideva con l’onomastico, il 18 novembre. Il nome Noah era stato scelto da sua madre; significava “colui che consola e porta tranquillità” ed il caso che l’onomastico vestisse i suoi natali, non poteva che rinforzare la convinzione materna della scelta nominale. Sua madre, Aida, aveva lasciato l’Inghilterra per amore della pittura e per innamoramento di Louis, suo padre, gallerista parigino conosciuto ad una mostra sulle colline di Montmartre. Aida non dipingeva più da tempo. I suoi quadri, sparsi ovunque sulle pareti di casa, non aumentavano di un’unità dalla nascita di Annette, la sorella minore di Noah. Ora aiutava Louis nella gestione della galleria, curandone l’amministrazione. Si rammaricava spesso di aver cestinato per sbaglio, insieme a carte d’ufficio scadute, uno scatolone di fotografie d’infanzia di Noah il quale, purtroppo, aveva immagini di sè dai tre anni in su.

Arrivò da Michelle per cena. Addentarono baguette e camembert, gustarono un’omelette agli asparagi e si deliziarono del dolce, passandosi i lamponi da labbro a labbro e brindando alla maggiore età di Noah fra baci e carezze intime. Prima di andare la baciò sul collo. La morbidezza e la fragranza familiare dei suoi biondi boccoli, gli trasmetteva serenità. Si lasciarono a notte fonda e Noah rientrò a casa in punta di piedi. Gli sarebbe dispiaciuto svegliare i genitori ed Annette. Tentò di dormire ma ripensò in continuazione alle percezioni della mattinata, all’ombrello giallo ed al “MURO DEI TI AMO”. Si alzò e bevve una tisana nel tentativo di rasserenarsi. Aida lo raggiunse e lo osservò attentamente. Parlarono a lungo e lui le descrisse il suo disagio. Sentiva una mancanza, ma non riusciva ad afferrarla e a darle un senso. E poi quel giallo, quel colore che doveva avere un significato recondito, oltre ad essere il suo totem. Aida capì che era giunto il momento. Quel momento.

– Amore mio – gli disse con tutta la dolcezza del mondo – Quarantacinque anni or sono, mia madre partorì due gemelle, una ero io, l’altra era Anise. Fummo complici da subito. Ci amammo tutta la vita e crescemmo insieme, ognuna con la propria passione, per lei la pittura, per me l’informatica –

– Ma… come?! – esclamò Noah tra incredulità e stupore.

– Noah, ti prego, lasciami finire… per me è terribilmente difficile… La passione per la pittura portò tua madre in Francia presto tempo, la sua bravura era indiscutibile ed il suo stile pittorico molto particolare. In poco tempo fece mostre in più quartieri e fu durante una di queste che conobbe tuo padre a Montmartre. Si amarono dal primo istante e ti desiderarono da subito –

Noah non capiva e piangeva, poi capiva e ripiangeva, soffocando singhiozzi immensi nell’orgoglio maschile di tutti i suoi diciotto anni.

– Quando tu nascesti io arrivai a Parigi ed iniziai a lavorare con tuo padre e tua madre, aiutandoli nella gestione della galleria e trascorrendo meravigliose giornate al tuo fianco. Poco prima del tuo terzo compleanno, tua madre mi telefonò una mattina, splendidamente gioiosa; tua sorella aveva fatto capolino dentro di lei. Scoppiavamo di felicità. Una felicità che durò otto mesi, fino a che il mondo ci crollò addosso e ci schiacciò senza umanità, crudele e meschino, il giorno che le diagnosticarono una malattia incurabile…

…passò la settimana seguente in silenzio, chiusa nel suo studio a dipingere; l’ottavo giorno si dedicò al suo amato Louis, con il quale parlò fitto fitto ed infinito e poi giunse a me. Pianse, mi abbracciò, ripianse, ci stringemmo forte. Ci disperammo. Prese in mano il suo cuore e mi comunicò di voler portare a termine la gravidanza prima di lasciarci. Desiderò che vi facessi da madre, ma mi chiese di non raccontarvi nulla di lei. Disse che mi sarei accorta io, a suo avviso, del momento giusto in cui farlo. E quel momento è adesso, Noah…

… l’ultimo giorno che v’incontraste, volle andare con te a “LE MUR DES JE T’AIME”. Io vi accompagnai defilata, era molto stanca e provata. Indossava un bellissimo vestito giallo che la fasciava una pancia splendida e piena. Tu ti appoggiasti a lei e ti stringesti a quella pancia. Lei ti baciò, ti strinse forte e ti sussurrò che un giorno, da grande, avresti portato vicino a quel muro tua sorella per dirle quanto amore le aveva voluto la sua mamma. – Ve bene mamma, verremo con te vero? – le chiedesti. E lei te lo promise, chiedendo a me di mantenere quella promessa per lei. Volle essere sicura, prima di andarsene, che a voi fosse concesso di sentire la sua mancanza al momento giusto, Noah, e questo è quel momento…

… negli anni a seguire io e tuo padre ci dedicammo completamente a voi e vi amammo profondamente poi, senza quasi accorgercene, ci innamorammo anche noi…

A Noah mancò lo sguardo, ad Aida sparì la voce. Riuscì solamente ad alzarsi ed a prendere, da uno scatolone d’ufficio, un album di fotografie ed un abito giallo. Li diede con delicatezza tremante a Noah e ritornò in camera devastata, non prima di aver incontrato lo sguardo dolce e commosso di Louis.

Noah strinse le sue mancanze al petto. Provò rabbia, impotenza, tristezza e frustrazione. Si alzò, tornò in camera sua e non parlò per giorni. Prese la 4, la 14 e poi la 14 e ed ancora la 4, e qualche volta “le bus”. L’ottavo giorno scese ad ABBESSES, salì a filo asfalto e raggiunse “IL MURO DEI TI AMO”. Vi si appoggiò, chiuse gli occhi e sentì dentro di sè tutto l’amore del mondo. Raggiunse “LE MULIN DE LA GALETTE” e si sedette al bar. Sorseggiando aranciata, si chiese se Renoir, dipingendone “le bal” nel 1876, fosse stato felice. Apri l’album e guardò le sue fotografie, dai tre anni in giù. Poi scese per RUE LEPIC. Tra piccoli negozi e caffetterie, immaginò la madre salire e scendere quella stradina con cavalletto e colori sottobraccio. Non si chiese se fosse stata felice, poiché era sicuro che lo fosse stata. Ed ora anche lui lo doveva essere. Glielo doveva. Lo doveva a lei, ad Aida, a Louis. Scese la via di corsa, con tutta la sua mancanza sottobraccio. Ma pieno dei suoi colori. Avrebbe portato Annette al muro fra qualche anno. Al momento giusto. Balzò sulla 12 con scatto felino e telefonò ad Aida.

– Mamma! Sto arrivando!! Stasera ho una fame pazzesca, cosa c’è per cena? Ah… a proposito… mamma… dì a papà che lo amo, uguale uguale a quanto amo te!!! –

Si sedette sereno e guardò al finestrino. Pensò a Michelle ed ai suoi capelli profumati. Le messaggiò un cuore. Intanto fuori pioveva a dirotto e sfilavano ombrelli di ogni colore.

Di sveglie e cancelli

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Mi sveglio a gradi. La pesantezza del mio sonno, che definire di piombo è poca cosa, si alleggerisce a tappe, in tre passaggi di staffetta da Morfeo a Dioniso. La prima suonata ha voce d’anatra, giusto per concedersi un risveglio naturale. Dieci minuti dopo, la seconda mi risveglia a suon di blues, che alzare le palpebre a ritmo di musica non ha prezzo. L’ultima, devastante e definitiva, mi richiama all’appello con un’allarmante sirena antincendio.

Mia figlia si ripiglia in sette tappe. Avendo ereditato da sua madre, che sarei io, la predisposizione al letargo notturno in quantità simile alla distrazione che caratterizza entrambe, preferisce non rischiare e dotare ogni tappa di sirena d’emergenza.

È la prima ad alzarsi. La sua ultima sirena corrisponde alla mia prima. Sobbalza lei, starnazzo io. Spalpebro io, s’inciabatta lei. Sobbalzo io, lei è già vestita. L’indipendenza maturata alle superiori fa bene ad entrambe.

Mi sveglio dolcemente a suon di passi, quelli che lei percorre dalla camera al bagno, dal bagno alla cucina, dalla cucina allo specchio. Mi sveglio a suon di trucco, quando il mascara e lo spazzolino da denti si contendono i minuti.

– Mamma, sono troppo truccata? –

– No, va bene così, magari non esagerare con il correttore! –

(In adolescenza ogni imperfezione sul viso viene vissuta come un mostro da combattere)

Mi sveglio a suon di vapore, quello che esce dalla stirella.

– Mamma, mi stiri la camicetta a righe? –

– Non potevi dirmelo ieri sera? –

– Non pensavo di metterla oggi, ho cambiato idea –

(A quindici anni, il repentino cambio di idee sull’abbigliamento raggiunge livelli da record)

Mi sveglio sui “Mamma vado, ci vediamo oggi, ciao, ti voglio bene”, un’occhiatina allo specchio e giù per le scale.

La guardo uscire dal cancellino appoggiata alla finestra. Mi sembra di guardarla ogni anno da più vicino, ma in realtà sono i suoi centimetri ad essersi allungati.

Mi sveglio con i passi di mio figlio, quella corsa inebetita sul filo dell’alba che precede il repentino infilarsi tra le coperte matrimoniali. È un gioco di abbracci e di strette sorridenti che mi godo appieno, le ginocchia nelle ginocchia, le braccia a doppio cerchio e le dita intrecciate, in un meraviglioso tutt’uno pancia-schiena di passo opposto alle pressanti teorie “anti lettone”.

Lo sveglio sui suoi “Mamma ancora un attimo” e gli attimi diventano minuti. Ci svegliamo sull’aroma della colazione a suon di biscotti inzuppati e di “fai in fretta che è tardi” girati con lo zucchero.

Lo incalzo sui “mamma mettimi nello zaino il fidget spinner per favore, quello verde, vado in bagno e arrivo!”

Lo lascio nel parcheggio della scuola e lo guardo entrare. Ogni anno mi sembra di guardarlo un po’ più dal basso ma in realtà sono i suoi centimetri ad essere cresciuti.

Guardo dall’alto lei e dal basso lui.

E mi si unisce il cuore.

È una questione di passi, di contatti e di punti di vista.

Fra qualche anno i passi di lei saranno più decisi e distanti e gli abbracci di lui si vestiranno di passione per un’altra donna.

C’è una sorta di fantasma interiore che mi fa ipotizzare come saranno i silenzi. Come sarà quel cancellino che si aprirà con meno frequenza e come si girerà lo zucchero con calma nella tazza. Di che suono sarà la sveglia e di quante staffette avrà bisogno Morfeo. Lo penso sgomitata sul davanzale della finestra, con tristezza goliardica e cosciente, consapevole di essermi presa tutti gli abbracci possibili e di aver dato tutti i baci a disposizione. E qualche ceffone truffaldino se necessario.

Mi chiedo come sarà l’assenza di voci sovrapposte, l’ordine costante degli ambienti, il minor numero di abiti negli armadi, di libri negli zaini, di scarpe da calcio da asciugare per tempo o di mascara sparsi per il bagno. Ci sorriderò e mi disabituerò con nostalgia alle abitudini.

Tra le mille vite, riderò della mitica ammucchiata serale. Mezz’oretta di confusione prenotturna uno a fianco dell’altra. Tutti immersi in qualcosa. Mio marito e mio figlio in trasmissioni di ristoranti ed architettura, mia figlia in lettura ed io schiacciata in mezzo come una sardina alla ricerca del mare. Ma con il sole dentro.

Mi sono sempre chiesta cosa pensasse il quinto componente del lettone bistrattato: il nostro cane. Talvolta lo guardo dormire mentre sussulta nel sonno e mi chiedo se se lo sarebbe mai aspettato di arrivare in una famiglia così, lontana anni luce dal Mulino Bianco ma molto vicina ai suoi biscotti. Una famiglia ad incastro, mi piace definirla, dove fra sgomitate tra le lenzuola, abbracci, rimproveri, risate, discussioni, cancelli aperti e chiusi, corse, orari ed impegni, tutto sommato, un passo avanti ed uno indietro, ciascuno ha trovato la propria dimensione.

 

 

 

Di seggiole e poesie

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LA PIUMA BIANCA (7/07/2001)

Le ricordo ancora, le seggiole, rivolte alla strada di paese e ricche di compagnia, linee semplici di legno lisciato a mano, schienali generosi e cerati… e la consistenza… era quella di una volta, di braccia forti dal lavoro onesto, di schiene stanche ma serene, curve ma dignitose, anziane ma rispettate…

Loro, le seggiole, vere protagoniste della breve serata che precedeva la preghiera notturna, allineate oltre gli usci, sempre aperti e fiduciosi, rivolti al campanile… donne affaticate e sorridenti, discorsi limpidi e concreti, parole di pane e l’immancabile ventaglio di pizzo decorato… gli uomini all’ultima pagina del quotidiano… erano ancora due, i colori politici, solo un paio di estremi nei quali inserirsi faticosamente, mediando con la parola di Cristo.

C’eri anche tu, nonna, su quelle seggiole, io sulle tue gambe a bagnarti il vestito con il ghiacciolo rosso e tu, sempre rassicurante, mi regalavi un soffio d’aria dal tuo ventaglio spagnolo… nonno Ernesto mi “trotterellava” sulle ginocchia cantandomi “Barbamilù, Barbamilà” ed i suoi occhi azzurri trasudavano dolcezza…

Passavo continuamente dal tuo grembo al suo, dalla tua maternità alla sua tenerezza, dal tuo altruismo alla sua saggezza…

Ricordarvi insieme mi riempie d’infinito, i vostri sguardi, posati mille volte sui figli e sulle difficoltà, hanno sempre saputo guardare avanti, senza miti, ma costruiti sulla fede, sull’amore e sulla carità…

Vorrei essere ancora lì, nonna, nelle tue braccia calde e sotto i vostri sorrisi, così sicura e protetta come sapevi farmi sentire tu, anima buona, custode d’affetto e bonarietà… ora sei una piuma leggera, nonna, una fragile piuma bianca troppo esile per reggermi ancora sulle ginocchia…

 

Brugna Claudia. BARBAMILÙ, BARBAMILÀ. Libroitaliano World, 2001.

Di treni e bretelle

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Restare alla cava era monotono. Se non fosse che la sua famiglia stava in quel posto da generazioni infinite, sarebbe andato altrove da tempo. Lo tratteneva l’amore per i suoi genitori e la stima per il profondo rispetto che avevano nei confronti del lavoro.

A lui piacevano le bretelle. Bianche per l’esattezza. Quando mai si vedevano bretelle bianche? C’è n’erano d’ogni tinta, la maggior parte erano blu, grigie, marroni, color corda o tutt’al più gessate, ma di bianche non se ne vedevano affatto.

Lui le indossava sempre. Le lavava ogni giorno in quanto, alla cava, ci si può ben immaginare come potessero diventare rotolando in continuazione fra i sassi.

Aveva un sogno. Abitare in campagna. Ma dirlo a suo padre significava infrangere la certezza di proseguire la sua vita lì, dov’era da sempre. Più volte era stato sul punto di confessare il suo desiderio alla madre, ma pur di non deludere le loro aspettative, faceva ogni volta un passo indietro.

Quella mattina era previsto un lungo viaggio. Un immenso treno merci li avrebbe condotti in una grande città, dove avrebbero migliorato l’aspetto esterno di un grande palazzo d’epoca.

Dalla cittadina alla metropoli. Sempre più lontano dal suo desiderio. Percepì l’arrivo del treno e gli montò una tristezza infinita ma, come sempre, arretrò di un passo.

Giunto a bordo percepì una scossa. Davanti a lui…..lei! Con gonna e bretelle bianche. BRETELLE BIANCHE! Si presentarono timidi e si parlarono tutto il viaggio. Fu un’intesa da binario, veloce e parallela. Le rispettive famiglie si compiacquero.

Quasi al termine del lungo viaggio, due giorni e due notti, fiumi di parole e migliaia di prospettive, fece un passo avanti e parlò a suo padre.

– Papà, io torno indietro –

Ci furono sguardi bassi e timori infondati.

– Ragazzo mio, scegli la tua strada, la tua passione –

Lo disse con tono pacato, con quella gentilezza triste che gli fece comprendere che anche per lui era la giusta cosa da fare. Con la madre bastò un abbraccio, di quelli che ti capiscono e ti completano d’intensità.

Anche lei, gonna e bretelle bianche, si comprese e si misurò d’affetto con i suoi genitori. Fecero complemento l’un dell’altra. E le rispettive famiglie si ricompiacquero.

Il treno di ritorno li portò alla campagna, ed il sogno si vestì a realtà. Lui sasso di cava, lei sasso di montagna, si amarono con passione fra prati e terreni.

Dei loro due figli, la femmina indossò da subito borse bianche. La madre ne seguì con tenerezza le inclinazioni. Sasso di cava, da buon padre, si inorgoglì. Fu un orgoglio democratico, sapientemente diviso fra il riconoscimento di sè nei propri figli ed il rispetto della loro autenticità.

Il figlio maschio non amava le bretelle. Aveva lineamenti molto dolci, interamente tempestati da efelidi albine. La sua delicatezza ne avrebbe fatto un sasso da giardino, di quelli che impreziosiscono piante raffinate. Lo avrebbe deciso crescendo, in completa libertà ed autonomia. Nel frattempo si dilettava ad esser decorato dai bambini.

A tutti fu concesso di seguir la propria strada. Un gran privilegio.

C’era però un momento speciale al quale nessuno avrebbe mai rinunciato. In quei meravigliosi pomeriggi di fine estate, dove il sole ti bacia delicato e dove l’erba dona il suo verde più bello, papà Sasso di cava amava adagiarsi nel prato abbracciato a mamma Sasso di montagna, Sasso borsetta bianca e Sasso efelide albina. Niente era più speciale. Era un momento magico.

All’orizzonte campagnolo si percepiva spesso il fischio di un treno ed il segreto della felicità, forse, stava proprio lì, nel trovare il coraggio di lasciarlo andare senza salirci.

 

 

Di fili d’erba e tremori

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Il contatto è improvviso. Più veloce di quanto pensi. Se ti va bene ti risparmiano la vita. Nella migliore delle ipotesi ti conservano il viso.

La presa è bestiale. Arcaica. Di quelle che ti portano adrenalina al cervello ed oscurità nel cuore.


 Nel caso di un singolo, tenterai di difenderti. Probabilmente invano.

Del branco conoscerai la brutalità, l’atrocità che ti consumerà a colpi barbarici.


 Sarai cemento. E ti sgretolerai sotto la loro efferatezza.


Ti divaricheranno mente e corpo.                        E ti denuderanno vestendoti di spietatezza.


Ti penetreranno ridendo come vigliacchi. Ti sviscereranno come un animale.

E sanguinerai.

La sodomia ti colpirà feroce.                               Ne percepirai la mossa beffarda.

E ne morirai.

Selvaggiamente schernita da ritmi cruenti e micidiali.


 Perirai lentamente di attriti e sudori. Annegherai di salive anelanti e baci inclementi.


 E ti spegnerai dentro.                         Atrocemente privata del tuo senso d’umanità.

Tremerai.

Di un tremore a intermittenza.                             Bramosamente ritmato da viscidi membri assassini che sfregeranno ogni tuo senso.


I minuti saranno ore e le ore eternità. Ti percepirai infinitamente consumata dalla villania di gesta primitive e le tue carni imprecheranno dolenti.


 Alzerai gli occhi al cielo fra mille domande. Troverai la forza di resistere e ti affrancherai al terreno.                                                                       Acchiapperai disperatamente fra le dita un ciuffo d’erba.                                                                         Ti ci attaccherai stringendo il pugno come prima di un prelievo.                                              Ed anche se ti sembrerà di avere un laccio emostatico al collo, lotterai stoicamente per sopravvivere.




E sopravviverai.

Nonostante le ferite, nonostante il vile oltraggio, nonostante l’incommensurabile strazio.


 Ci sarà una fine.

E ci sarà un abbandono.

Sarai per loro un pezzo di vagina qualunque da lasciare semiviva a se stessa. Saranno alla ricerca della prossima preda. Ma finalmente lontani da te.

Che avrai vinto vivendo.

Ti troveranno chiusa a riccio, pietosamente rannicchiata e chiusa al mondo, avvolta da un velo d’immobilità che gelerà il sangue. E non avrai più voce. Sarai senza sguardo e non sentirai. Il tatto non ti apparterrà per lungo tempo.

E sarai catatonica.

Ma sarai comunque più forte di loro.


 Ed io ti stimerò all’infinito.


 Ti sarò vicina pur non conoscendoti. Sarò dalla tua parte quando sarai funambola tra ideologie buoniste falsamente benpensanti.                                                            Ti difenderò quando ragioneranno sui centimetri degli abiti che portavi o se ipotizzeranno atteggiamenti provocatori da parte tua.

E mi vergognerò.

Sarò incredibilmente delusa da coloro che ne faranno una questione di statistiche.                   E mi chiederò se il genere umano abbia ragion di chiamarsi tale nella ricerca affannata di motivazioni alla violenza.


 E mentre tu sarai impegnata a toglierti un aculeo per volta, loro cercheranno attenuanti nelle famiglie d’origine.

E ti sentirai ristuprata.

Inevitabilmente risodomizzata nell’animo nel percepirti una vittima di serie B.


 Proprio tu, fiera paladina della gentilezza ed amabile giovane nel fiore degli anni. Tu, che nei giochi d’amore con il tuo uomo, rivivrai ogni volta la villania subita. Tu, che hai sempre giurato di voler crescere un figlio nell’amore, ora non sai nemmeno se avrai il coraggio di farlo un figlio.

Ma lotterai.

E ti aggrapperai tenacemente alla vita con tutte le tue forze.

E rinascerai.

Anche se l’erba non avrà lo stesso verde.

E sai che se coloro che vaneggiano avessero il coraggio di sovrapporre una foto della persona più cara all’immagine di un corpo violato, ne guadagnerebbero in silenzio riconquistando la dignità persa.

Quella che tu non hai mai mollato.

Di temporali e solarità

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Domenica sera. Fine luglio. La classica serata in cui si parte carichi per affrontare il pienone da rientro vacanze. Tutto ha inizio. Si procede a gonfie vele. Poco prima delle nove due gocce. Nel giro di qualche minuto il putiferio metereologico. La potenza con la quale il vento stravolge ogni cosa è da primato. Ci si guarda tesi e ci si organizza sulla scacchiera dei secondi. Non c’è tempo per abbattersi. Chi ritrae a fatica le tende volteggianti, chi le tende le abbassa in veranda. Chi abbandona forni e fuochi per aiutare, chi accompagna la clientela all’interno del locale. Chi rinumera i tavoli e chi dà i numeri (le uniche due persone fra tutti) pensando che sia colpa nostra se il violento acquazzone ha portato acqua nei piatti. Ma non c’è tempo per le polemiche, peraltro completamente fuori luogo. C’è invece tempo per stupirsi. Per meravigliarsi di tutte gli altri clienti che, comprensivi e senza panico alcuno, si alzano repentinamente dal tavolo e si spostano dentro. La maggior parte prendendosi anche piatto e bicchiere. Un ragazzo ci aiuta sotto la pioggia ad affrancare il gazebo. Qualcuno parla al telefono di tetti scoperchiati, qualcuno si ricorda di aver lasciato le finestre di casa aperte. Anch’io, a dire il vero. C’è caos, a tratti voglia di piangere, ma la forza della gente ricompensa di tutto. Fradici di pioggia ricomponiamo i pezzi ed il lavoro riparte. Chi ritorna al forno e chi ai fuochi. Chi ai tavoli e chi al banco. Le pizze ritornano al palato, le pietanze anche. Tutto si ricompone. Il cuore in primis.
All’esterno le sedie si adagiano sui tavoli, i sottotovaglia mettono a dura prova il loro potere antigoccia, piatti, posate e bicchieri corrono trafelati in lavastoviglie.
In un angolo dell’estivo adagio l’ultima sedia. Una coppia, prima di andare, esce e si complimenta per come abbiamo gestito la situazione. – “Vi siete fatti in quattro ed avete sistemato tutti in poco tempo” – ci dice. Ed io mi farei in quattro per abbracciarli, ma tra farina ed acqua ne otterrei un impasto umano. Che magari non è il caso. Un’amica arriva dalla messa. Era in chiesa e non si era accorta di nulla. Io mi accorgo del suo sorriso, sempre splendido. Lo ripropone tra una fetta di pizza e l’altra. Un amico al termine cena, mi dice che si è immedesimato nella situazione di poco prima e ci capisce. Lui e la moglie sono sinceramente dispiaciuti. Come lo sono altri amici di una tavolata arrivata a fine diluvio. I loro occhi sorridono. C’è tanta umanità. E mi entra nelle vene.
Esco a ritirare le ultime cose e mi soffermo a guardare i tavoli bagnati. C’è aria di pace, aria di magia. C’è quella meravigliosa sensazione di vita che mi sento addosso. Quell’emozione che rende bello questo lavoro anche in quegli attimi nei quali vorresti cambiare tutto. Quegli sguardi e quelle parole che nelle difficoltà fanno ombra alle tecnologie più fini. Quei gesti semplici che fanno del mondo un bel posto da abitare.
Vorrei ringraziare tutti. La nostra clientela, gentile e comprensiva. Il nostro “staff”, sempre pronto a sorreggerci e ad aiutarci. Gli amici dagli sguardi puliti. Vorrei dire a tutti che, fra pioggia e folate di vento, il loro porgersi ha portato il sole. E poi domani non ci sarà bisogno di bagnare le piante. Che, retorica a parte, c’è sempre un bagliore in ogni oscurità.

Di voti e colori

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Da che mondo è mondo,”Vicolo Corto” e “Vicolo Stretto”,nel gioco del Monopoli,sono le proprietà più snobbate. L’ambizione massima è riuscire ad accaparrarsi “Parco della Vittoria” e “Viale dei Giardini”,così,tout court,magari al primo giro del tabellone. Eh già! Quella brama di potere che,se sei posizionato su “Viale Costantino”,potrebbe portarti a dire di aver fatto 13 ai dadi pur di metter piede sul parco vittorioso (so che qualcuno di voi avrà già cercato la sua vecchia scatola per verificare che siano davvero 13 caselle 😊)

Domenica,nella mia città,ci saranno le amministrative. Non ho mai avuto appartenenze partitiche e non mi sono mai sentita una bandiera nello “zigzagare” le mie opinioni. La libertà di pensiero è l’unica caratteristica che mi appartiene ed in virtù della stessa,concedo alle mie convinzioni l’autonomia necessaria per uscire dall’inerzia delle ideologie calate dall’alto. Il tradimento peggiore è quello verso se stessi.

Delle nuove pedine in ferro del Monopoli,mi piace la scarpa. Lascio volentieri ad altri la macchinina di metallo con la quale giungere al trono in tutta velocità. Amo i passi lenti,quelli che permettono di fermarsi fra la gente a suon di strette di mano. Quelli che se parti dal punto che tutti snobbano e deridono,incontrerai il lato più intimo delle persone. Delle vecchie pedine in legno,sceglierei la candela. Per associazione mi ricorda la fiaba de “La bella e la bestia”,aiutandomi a distinguere quando gli istinti bestiali prendono il sopravvento. Ogni persona ha la propria bestia interiore. C’è chi la evolve e chi,ahimè,la nutre di bassezze che annientano il senso dell’umanità.

Quest’anno voterò un intento. Voterò l’energia e la comunicazione. Voterò i discorsi franchi e concreti,spesso più efficaci di fluide oratorie dalla sintassi impeccabile. Voterò l’eleganza della corsa al potere che ascolta con rispetto e senza smorfie i discorsi degli avversari. Voterò il passo semplice che si sofferma in ogni vicolo,la potenza del sorriso e la stanchezza sul volto. Voterò il gesticolare,l’umanità e la voglia di fare. Voterò le orecchie sorde alle provocazioni e l’ascolto trasversale.

Tra “probabilità” ed “imprevisti”,dove talvolta ti mandano “in prigione senza passare dal via” con quattro chiacchiere da bar,ripongo la mia fiducia nella semplicità resiliente. Amo il coraggio delle espressioni dialettali che uniscono,senza paura che l’intellettualità storca il naso. Seguirò la filosofia dell’albero,secondo la quale se vuoi ospitare gente sui rami,devi nutrirne le radici ogni giorno per evitare che il peso eccessivo ne spezzi il tronco. Amo le differenze che arricchiscono in nome del rispetto e le tradizioni che non cedono il passo all’oblio.

Stimo la capacità d’ammirazione,quella che affossa l’invidia e permette di gioire dei successi altrui. La capacità di riconoscere un successo onora l’intelligenza. Salto giuliva tra Viale Monterosa,Corso Magellano e Largo Augusto,pensando che,alla fine,Parco della Vittoria non avrebbe nessun valore senza Vicolo Corto.  La cosa importante (come sostiene una mia amica) è di potersi specchiare con serenità comunque vada. E dopotutto,visto che chiunque,colori politici a parte,collezionerà meriti e demeriti,tanto vale concorrere in correttezza. Che un tiro di dadi fatto con il cuore,vale più di mille carrozze bianche piene di parole.

 

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