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diserieZero

…sono solo una,non sono nessuno e nemmeno centomila……mi piace considerarmi una scrittrice "di serie zero",dove per zero s'intenda la capacità di lasciarsi permeare a tutto tondo da ciò che arriva,senza farsi intrappolare dalle idee,che poi cambiano,senza farsi imprigionare dalle convinzioni,che poi si rovesciano,senza farsi scrivere il destino,che poi si cancella e si riscrive…

Di generi e giudizi 

Tempo fa ho visto “THE DANISH GIRL” al cinema,un film puro,umano,vero…una visione che consiglio in particolar modo a tutti coloro che si arrogano il diritto di affermare cosa è giusto e cosa non lo è…a tutti coloro che pretendono di schematizzare ed indirizzare il sentimento altrui…a tutti coloro che pensano di conoscere l’amore ma che ne infangano il nome ogni qualvolta ne parlino a sproposito schernendo l’omosessualità…a tutti coloro che vestono le loro affermazioni di sacro,pur sapendo che il Cristianesimo stesso invita all’amore ed al rispetto nei confronti del prossimo (nonostante la religione cristiana abbia accettato,in varie epoche,le disuguaglianze sociali mentre predicava l’uguaglianza ed in nome della stessa abbia sopportato l’inferiorità della donna all’uomo e nascosto,con scabrosa abilità,perversioni sessuali terribili e traumatizzanti)…mi chiedo se tutti coloro che pensano di sapere come debbano amare gli altri,sappiano amare davvero o se non siano mossi da convinzioni radicate difficili da smantellare…cambiare un’opinione è possibilità di pochi,è capacità di chi crede veramente in sé stesso senza la necessità di riempirsi di teorie egoistiche ma stabilizzanti…ed allora succede che,INCREDIBILMENTE,la stessa persona che s’indigna responsabilmente di fronte alle grandi tragedie belliche e che,doverosamente ed indiscutibilmente,si commuove ogni anno di fronte alle immagini dell’olocausto o di qualsiasi altro dramma storico ,dei tempi passati e dei nostri tempi,perché,ahimè,alla bestialità umana non c’è limite,sia poi la stessa persona che non pensa ai tempi in cui agli omosessuali veniva applicata una camicia di forza prima dell’entrata in manicomio…non esistono tragedie di serie A e tragedie di serie B,esistono sicuramente differenze numeriche che rendono stragi umane indubbiamente più eclatanti di altre,ma dove anche una singola persona viva un dramma,dove un’anima venga sfregiata dall’ignoranza e dall’ipocrisia,dove tanti occhi si chiudano di fronte ad atti vessatori finalizzati alla clonazione dei sentimenti,lí,anche lí,sta la sconfitta dell’umanità e di noi stessi qualora non comprendessimo l’ingiustizia intrinseca ad ogni atto di sopraffazione…non si dovrebbe avere paura di aprire la propria mente…la chiusura mentale fine a sé stessa mette timide radici alle atrocità…la presunzione di eguagliare tutto il prossimo a noi stessi,che,a mio modesto parere,altro non è che una manifestazione d’insicurezza,crea drammi personali devastanti e spesso irrecuperabili.Fin dall’infanzia si dovrebbe spiegare ad un bambino la differenza fra dire gay e dire frocio,fra alcolista e alcolizzato,fra tossicodipendente e drogato,fra disabile e mongoloide,fra malato di mente e pazzo…il gioco delle parole custodisce l’universo,ma per poterlo insegnare si dovrebbe prima capire che una parola sbagliata può uccidere dentro,che una parola reiterata si trasforma in un fatto,che un fatto condiviso diviene un’azione di gruppo.Eccola,allora,la sconfitta dell’umanità…

Di amore ed impasti 

Impastando pizza ho imparato l’amore. O almeno credo.        

Nessuna dose ad occhio,ogni peso ha il suo perché. Come ogni emozione ha un proprio significato. E va dosata nella giusta proporzione. Perché,amore mio,se sei più geloso che gentile non sei la metà che desidero. Senza offesa.                                  

Gli ingredienti rispettano una sequenza. Come ogni innamoramento ha le proprie tappe. Che è meglio non bruciare. Se la tua intenzione è d’infuocarmi la prima sera e dimenticarmi la seconda,avvertimi per tempo,che saprò fornirti l’indirizzo del negozio “COPPE E TROFEI” che sta sotto casa mia. Via WhatsApp. Numero Zero.

C’è un tempo massimo per far girare un impasto,oltre il quale la pasta s’incorda. Come nell’amore non ci si gira come burattini. Ma si danza al giusto passo. Che se mi metti fra le dieci bambole che non ti piacciono più,io sarò quella assassina. Senza rancori.      

L’impasto perfetto avvolge il braccio dell’impastatrice tirandosi senza lacerazioni. Che nell’amore se non ci si abbraccia ci si perde. Ed è nell’intensità del tuo stringermi che diventeremo un intero. Senza limiti. E senza pudori.                             

Un impasto pronto si chiude a zucca su se stesso. Ed è in te che io vorrei racchiudere la mia favola. Non cerco principi azzurri,ma uomini ironici. Ridiamoci su.

C’è un tempo minimo d’impasto,prima del quale la pasta si rompe. Amalgamiamoci lentamente,che meglio strapazzati che strappati.

Quando è tempo di fermarsi l’impasto scoppietta e comunica. Che se non ci si parla si vivono amori sordi. E vivere di silenzi,mi dispiace,non è la mia aspettativa. Parliamone.                                     E,se necessario,discutiamo come folli. Per poi amarci come pazzi.

Al tocco un impasto deve essere liscio. Che all’anticellulite meglio le carezze. Di buccia d’arancia non si muore,di solitudine sì.

Per ottenere una buona pizza un impasto,al di là di doti teoriche ovviamente indispensabili,ci invita allo sguardo,all’ascolto ed al tatto.

Ecco…l’amore dovrebbe funzionare un po’ così…ci si osserva,ci si parla e ci si presta attenzione. E poi ci si assaggia e ci si annusa. E se troviamo il giusto punto di cottura,abbiamo fatto centro,nel palato e nel cuore.

Di rifiuti e gentilezza 

Centro città. Metà pomeriggio. Appuntamento fisioterapico giusto per dare una botta di vita alla mia postura sbilenca. Poco meno di una decina di sacchi dell’immondizia,si appoggiano quieti al muro dello stabile vicino al quale ho parcheggiato l’auto. Misura extra large. Rigorosamente non differenziati. Più che il mondo del riciclo un universo variopinto,che se fosse un film potrebbe intitolarsi: “Sfumature della casualità: cinquanta tipologie di materiali alla ribalta”. Si esce in retro. Mentre parto,un signore che sta arrivando a piedi scuote le braccia in segno di avviso. Comprendo il suo linguaggio corporale nello stesso istante in cui un sonoro “PUFF!” mi risuona sotto le ruote. La decina di sacchi ha probabilmente perso un’unità. Che si è azzerata sotto i miei parafanghi. Giusto perché la matematica non resti un’opinione,arretro e scendo per capire in quante frazioni si è diviso l’intero e riscopro i millesimi. Carte,bottigliette,lattine e pezzi di ferro,danzano ai miei piedi in un girotondo di colori. Tutti giù per terra! Chiedo a mia figlia di recuperare una scopa. Mi ritorna attrezzata con paletta e guanto usa e getta. Azzurro,per la precisione. Come i suoi splendidi occhi. Seppur orgogliosa del suo senso civico,la invito a non raccogliere nulla a mano. Scena in atto: io che accatasto con la scopa i millesimi al muro,lei che li ammucchia trascinando la paletta. Unico inconveniente le auto che passano in continuazione. Si fermano un istante e poi transitano impietose frazionando in pochi minuti l’intero su tutta la via. Cinquanta metri di rifiuti sul grigio dell’asfalto,senza sfumatura alcuna. E perché mai avrebbero dovuto attendere che una sfigata con prole a seguito finisse di pulire…suvvia! Cordialità dei tempi addietro. Almeno un timido: “Mi scusi,passo sopra il tutto perché ho premura!” mi avrebbe scemato la pena. Accumulato l’universo alle bene meglio a bordo strada,telefono al servizio gestione rifiuti per richiedere un intervento,raccontando il misfatto con tanto di mea culpa e dispiacendomi dignitosamente dell’accaduto. Il sopralluogo mi viene immediatamente garantito da una signora deliziosamente cortese. All’apparenza stupita di una telefonata che probabilmente non farebbero in molti,mi comunica col suo tono di voce una premura ed una disponibilità encomiabili. M’innamoro. Della sua affabilità. Tra me e la gentilezza c’è sempre stato un colpo di fulmine. La ringrazio. Di lì a poco la strada viene ripulita. L’intero si ricompone. Parcheggio di fretta e corro dal fisioterapista. Ne esco meno sgangherata. E più leggera nella falcata. A tuttotondo. Come tonda è la cifra stampata sulla multa che nel frattempo ho preso lasciando l’auto di fretta nelle strisce azzurre. Lo stesso azzurro del guanto. E dei cerotti che ho sulla schiena. Come gli occhi di mia figlia. Sfumatura più,sfumatura meno. Sono occhi gentili…e questo mi basta. Dopotutto,una meravigliosa giornata si può materializzare anche fra chili di spazzatura multicolor.

Di memoria e ferrovie

Martino nacque osservatore. Dopo l’ultima spinta alla vita,la madre lo guardò nei suoi grandi occhi e si piacquero all’istante. Suo padre lo abbracciò con delicatezza e commozione. La sorellina Milena lo accarezzò diffidente,timorosa che quel bambolotto diverso dai suoi le avrebbe potuto rubare le attenzioni di mamma e papà. E così inevitabilmente accadde. Tra poppate,pannolini e risvegli notturni,Milena imparò che il tempo si può dividere. Fra lei e suo fratello. Ma i genitori le dimostrarono da subito che la qualità temporale è più importante della quantità,senza grandi discorsi introduttivi se la giocarono sul campo e Milena si adattò ai nuovi equilibri della famiglia in poco tempo. Martino crebbe e il suo spirito di osservazione con lui. Difficilmente lo si poteva vedere camminare guardando avanti,perché i suoi occhi giravano sempre alla ricerca di una verità da scoprire. Non per niente erano così grandi. Il percorso scolastico fu un tripudio di domande. Ad ogni lezione studiata corrispondevano migliaia di perché da porre. Nell’estate fra la terza e la quarta elementare la sua famiglia traslocò in una casa poco distante dalla prima,un po’ più grande ed adiacente ad una ferrovia dismessa. Per Milena,tendenzialmente ancorata al passato,il cambiamento fu spinoso. Imparò che le abitudini possono cambiare. Se la giocò sul campo con mamma e papà. Ritrovò velocemente un nuovo equilibrio domestico. Per Martino,tendenzialmente proiettato al futuro,fu da subito un’avventura pazzesca. Una nuova realtà da scoprire. Dire che lui e Milena fossero come l’olio e l’acqua non era una frase fatta,ma la verità. Lei,trasparente,di concetti deliziosamente semplici e di stoica coerenza. Lui,intenso,di principi spudoratamente ribaltabili e di capacità di valutative inusuali. Si giocarono la diversità sul campo e divennero complici nel rispetto delle loro differenze. Durante l’estate,fin dal primo giorno nella nuova casa,Martino osservò un anziano signore che ogni mattina passeggiava,aiutandosi con un bastone,sui binari ormai fuori uso. Anche in caso di pioggia. Con bastone ed ombrello. Dopo circa un mese,Martino chiese alla madre se conoscesse la storia di quel signore. Ben consapevole della sete di verità del figlio,lei rispose che l’avrebbe sicuramente scoperta da solo. Martino se la giocò sul campo ed il mattino seguente si fece accompagnare dalla mamma sui binari e chiese al “signore dai passi di ferro”,come l’aveva idealmente nominato nella sua testa,se potessero passeggiare insieme. Si presentarono gentilmente e per qualche giorno camminarono in silenzio,ogni mattina,pioggia o sole che fosse. Martino stava imparando che le domande possono aspettare. Su quei binari si giocò un nuovo equilibrio. La quinta mattina,l’anziano signore chiese a Martino se desiderasse conoscere il motivo delle sue passeggiate mattutine. Mai domanda fu più attesa. “Se lei vorrà raccontarmelo,grazie”             “Quanti anni hai Martino?” “Nove” Ci fu un minuto di silenzio. “Vedi Martino,quando ero un po’ più piccolo di te,avevo iniziato la scuola da poco,la mia vita cambiò di colpo…in un’alba qualunque del mese dalle foglie cadenti,un gruppo di soldati stranieri irruppe in casa intimando a gran voce di uscire. Era una lingua dura,sconosciuta,ci si capiva a gesti e strattoni…mia madre fu spinta fuori con la violenza che un figlio non vorrebbe mai vedere…ogni spintone su di lei mi capovolse dentro,a capovolgersi fu anche mio padre,preso a calci fini all’uscio…i miei due fratelli più piccoli piansero disperati e mia sorella,di due anni più grande di me,rigò il suo bel viso di lacrime silenziose mentre la mamma le intimava con lo sguardo di restare nascosta…io mi soffocai dentro…non seppi piangere né parlare…fui costretto a vedere ciò che non dimenticherò più…conobbi il terrore e ne fui figlio. Caricati su furgoni come bestie subimmo la malvagità. Stipati in vagoni merci come pezzi di carne ci scambiammo mille sguardi. Mia madre ci stringeva a sé nel tentativo di rassicurarci,ma io sentivo il suo tremore sottopelle…era un fremito convulso,spasmodico,irreale…pensavo a mia sorella,rimasta sola in casa e a mio padre,cacciato a bastonate nel vagone precedente…non capivo ma non osavo chiedere…di quel viaggio terribile ricordo la sete e la rassicurante bugia di mia madre nel dirmi che stava bene….dei miei fratelli ricordo il pianto incessante,interrotto dal sonno fra singhiozzi stremanti………una volta scesi dal treno ci divisero dalla mamma,i miei fratelli si attaccarono alla sua gonna disperati ed io rimasi bloccato,continuando a non capire. L’ultimo gesto di contatto con mia madre furono le sue mani che mi allacciarono il primo bottone del cappotto: – Copriti amore mio,qui fa molto freddo – mi disse baciandomi prima di scomparire in mezzo a centinaia di donne” “Cosa provò?” “Il vuoto” “La rivide?” “Si,ma la riconobbi appena…i suoi occhi sempre bassi,la sua andatura curva,i capelli cortissimi e le gambe magre…indossava vestiti larghi e sporchi ma perché? Ai miei occhi di bimbo nulla aveva un senso…la sua serietà,il suo lento incedere,la sua tristezza…e poi non si girava mai verso la finestra dalla quale la guardavo di nascosto! Un giorno mi arrivò una sua lettera e fu una gioia immensa!!! Ne ricordo ogni frase: – Ciao,amore mio,sono la mamma. Non ti ho scritto fino ad ora perché sto lavorando molto. Quando passo davanti alla tua finestra vorrei girarmi e salutarti,ma siccome i bambini delle mie amiche non sono qui come te,non ti vengo a trovare perché mi dispiace apparire più fortunata ai loro occhi…non pensare che non ti voglia bene,amore mio,io sono felice di saperti vicino e poi ricordati di non uscire mai nel posto riservato ai grandi. Il papà lavora lontano da qui. Se non dovessi rivedermi significa che l’ho raggiunto al lavoro. Promettimi che sarai un ometto,come sei sempre stato e non dimenticarti che tua sorella ti aspetta a casa. I tuoi fratelli sono in una casa per bimbi piccoli. Stai tranquillo. Va tutto bene. Ti amo,amore mio,ciao,la tua mamma – “Fu l’unica lettera che ricevetti,era stata nascosta nella biancheria con la complicità di una donna coraggiosa. Rividi passare mia madre per un paio di settimane e poi di lei non seppi più nulla. Mi risultava difficile crederla felice,se nel mondo dei grandi le persone diventavano serie,magre e poi sparivano forse era meglio starsene nascosti. Avrei scoperto anni dopo che la casa dei bambini piccoli era in realtà una stanza dove i loro sogni andavano in fumo. E che il lavoro non aveva reso liberi i miei genitori. Nonostante tutto le parole che mi aveva scritto mi davano fiducia e sapere che mia sorella mi aspettava a casa era un buon motivo per continuare ad essere un ometto. E poi la mamma non mentiva mai!” “Ma sua sorella era davvero a casa?” “No,si era rifugiata presso una famiglia lontano dal paese” “Si è sentito tradito dalle bugie di sua madre?” “No Martino,mi sono sentito profondamente amato. A volte le bugie sono favole ed io a quelle favole mi aggrappai………quando ci liberarono fui affidato ad una famiglia che mi amò molto. Per un anno non parlai e non andai a scuola. Negli ultimi mesi nel posto dei grandi,affacciato di nascosto alla finestra,avevo visto la loro scuola e mi ero spaventato. L’appello durava molte ore e costringeva le donne in ginocchio. Vidi la matematica sulla loro pelle a l’anatomia sulle loro ossa. Le uniche montagne che studiai erano mucchi di scarpe,occhiali e capelli. Non volevo più chiedere nè imparare. Piano piano mi feci riamare e ripresi a vivere. Ritrovai mia sorella dopo quindici anni. Non ci lasciammo più. Dedicammo la nostra vita a girare il mondo per raccontare la nostra storia” “Ora lei dov’è?” “È morta lo scorso anno,Martino” “Sta soffrendo molto per la sua mancanza?” “Si,ma di una sofferenza giusta,dignitosa. È la morte umiliante e senza dignità che non ha senso” “Per questo viene qui a camminare tutti giorni,per trovare un senso a ciò che le è accaduto?” “No Martino,non ci sarà mai un senso a tutto ciò…tutti i giorni percorro questi binari per non dimenticare nemmeno un istante della mia storia,alla mia età la memoria gioca brutti scherzi sai? E ci sono avvenimenti passati che è meglio non scordare mai. Ho camminato spesso anche con la tua mamma su questi binari,è una donna molto gentile,sei fortunato!” Martino ed il signore dai passi ferro si incontrarono tutti i giorni e si raccontarono la vita finché una mattina del mese dalle foglie cadenti,lui non passo più. La mamma disse a Martino che era morto nella notte. A Martino mancò da subito. Di una mancanza dignitosa. Se la giocò sul campo ed imparò a gestire la nostalgia. Per quattro giorni non volle uscire. La quinta mattina disse a sua madre: “Perché non mi ha mai detto che lo conoscevi? Perché non mi hai mai raccontato la sua storia?” “Perché non avrei saputo raccontartela come ha saputo fare lui,non è semplice parlare di memoria quando gli eventi non sono stati vissuti in prima persona…ti avrei tolto la possibilità di un’esperienza meravigliosa” Martino la strinse forte. “Grazie mamma!” Poi corse nella stanza di sua sorella e le disse: “Milena vieni,usciamo a camminare,devo raccontarti una storia!”*           

(*il presente racconto,seppur ispirato a fatti storici realmente accaduti,è frutto di fantasia;ogni riferimento a nomi,fatti o persone è puramente casuale)                                                                                                   

Di lenzuola e parole

 L’unico evento che ti cala nelle vesti della perfetta massaia è “La fiera del bianco”. Quel nome candido,a sentore immaginario di Marsiglia ed evocativo di purezze leggere e svolazzanti. È un calarsi morbido e sognante…se chiudi gli occhi fra i cestini espositivi,ti vedi stendere panni in un ettaro di prato verde…gonna dai lembi volteggianti e capelli al vento,mollette per bucato in legno naturale,filo interminabile tra aceri e betulle,che peraltro nella realtà ne hai in casa una quindicina di metri anche tu,sparsi fra vasca da bagno e stendini a fisarmonica,che di balconi non ne possiedi. Prima che la tua visione si sposti nella prateria facendoti assumere le sembianze di Caroline Ingalls,apri gli occhi e riprendi la ricerca delle lenzuola che ti servono. Non è che nel periodo post inventario tu smonti la baracca e via*,ma un rinnovo delle parures notturne lo fai volentieri. Individui una completo matrimoniale rigato che ti ricorda un cremino,che l’idea di poggiare le guance tra cioccolato e gianduja non ti dispiace affatto. Sarà pur vero che i panni sporchi si lavano in famiglia,ma visto che la deputata al lavaggio sei tu,ti dirigi frettolosamente alle casse,che stamattina la biancheria ti guardava dall’oblò implorando una boccata  d’aria. Passando dal reparto arredi,ti specchi in un attimo di vanità*. Terza in coda alla rapida,ti ricordi che tuo marito dorme con due cuscini ed il triangolo delle federe no,non l’avevi considerato*. Ok che la geometria non è un reato*,ma il che significa ritornare per la terza federa,che trovi decisa nel nocciola. Abbinare una trapunta alla tua testata è impresa ardua,tra il grigio,l’ocra,il rosa antico ed il celeste non sapresti proprio che tinta pigliare ma poi…Lui chi è?!* Quello splendido copriletto nato per te che sembra gridarti dallo scaffale: “Mi vendo!”*. Mentre stai per raggiungerlo cavalcando il tuo colpo di fulmine,ecco che una simpatica signora ti anticipa in uno scatto di grinta che tu non hai* e che ti faresti vendere a peso. Essendo un’altra la chiave dei tuoi problemi*,ti dai due ali* e voli rapida all’uscita dopo aver messo nel carrello desideri e speranze in confezione spray*. La stessa sera,nuove lenzuola e trapunta vissuta,dopo aver ricordato cinquecento volte ai tuoi figli di spegnere le tecnologie,di preparare lo zaino per la scuola,di lavare i denti e di lasciarsi andare nelle braccia di Morfeo,ti rilassi quasi afona e chiacchieri con tuo marito. Dopotutto,potresti anche avere lenzuola dorate e trapunte all’ultimo grido,ma avvolgersi di parole resta il miglior modo per terminare la giornata. E poi,tra le sorelle Ingalls ti sei sempre identificata in Laura,nel suo atteggiamento un po’ maschiaccio che poco si addice al vademecum delle massaie coi fiocchi. Questione di abbinamenti. E di geometrie.    

                                                       (*riferimenti alle canzoni MI VENDO e TRIANGOLO di RENATO ZERO)

Di presepi e clessidre 

Giungi giuliva all’ipermercato per acquistare il mascarpone che l’indomani è Natale. Le scaffalature dell’ingresso,quelle che tu ami definire “le mensole pertinenti” per la loro peculiare capacità di sostenere prodotti d’indiscutibile attinenza al periodo,si esibiscono fiere in una variegata ed infinita esposizione di “Calze della Befana” di ogni tipo. Fra colorati piedoni di lana da riempire a piacimento,calzini mignon dall’anima di cioccolato,calzette vanitose del primo maquillage,calzine tenere di bambole dagli occhi dolci e calzettoni dalle mille piste,le mensole pertinenti perdono tempismo divenendo impertinenti. Fantastichi su come potrebbe essere il Natale dei tempi moderni. Epico e tragico. Si inizia ad Halloween,trucchi e parrucchi si dividono gli scaffali con zaini e quaderni,non hai bisogno di seguire il calendario delle stagioni per sapere qual è il periodo migliore per comprare l’uva,ti guidano all’acquisto maschere e ceroni. Se i tuoi figli non hanno le idee chiare sui doni di Santa Lucia entro la seconda decade di novembre,il tuo 20% sconto soci resterà un’ipotesi,che poi,l’idea di dover prendere un patentino per schivare carrelli durante la corsa isterica al giocattolo non ti alletta più di tanto. Capita poi che i tuoi figli chiariscano le idee nella decade giusta,salvo poi ricambiarle poco prima d’imbucare la mitica letterina,che peraltro ne fai sempre un falso a loro insaputa e tieni l’originale tutta per te. Intanto dietro l’angolo spuntano i primi panettoni. Con o senza canditi. Le decorazioni di Natale hanno ormai quattro decadi. Il presepe moderno sarebbe un guazzabuglio: sulla carta sfondo stellata e luminosa,la Cometa si contende il cielo con pale eoliche in lenta rotazione. Nelle casette brillano sommesse lampadine a risparmio energetico,che nel primo minuto di luce fioca occhi miei fatevi capanna! Artigiani al dettaglio: scomparsi. La spesa si fa online e le casse automatiche danno il colpo di grazia all’ultimo tentativo di comunicazione fra comuni mortali. Di pecorelle e pastori nemmeno l’ombra. Hanno asfaltato la via principale,di erba neanche un filo. Più che un fascio,uno sfalcio senza ritorno. Il pescatore non piglia pesci. Gli specchietti non stanno nelle grotte ma nelle borse delle donne. I Re Magi arrivano trafelati portando ossitocina,che nel caso Maria superi il termine s’indurrà il parto per evitare di sovrapporsi ai presaldi. Gasparre,Melchiorre e Baldassarre hanno sentito parlare della fragranza dorata di una dea che cammina sulle acque e vorrebbero rinnovare le loro essenze. La Befana valuta una rinoplastica e la sua vecchia scopa un restyling bicolore,ergonomico,con paracolpi e setole elettrostatiche,che se la cavalchi in bufera raccogli tutta la polvere del mondo in 80 secondi. Infine lui,il mitico Babbo dalla barba bianca,che scende dalla stufa a pellet lasciando doni e dolcetti,rigorosamente senza olio di palma. Avendo renne geneticamente modificate e carretto turbo,anticiperà i tempi a dismisura e potremo trovarlo in salotto a darci il benvenuto e magari,dato che nella stufa ha bruciato le tappe,ci aiuterà perfino ad addobbare l’albero………Il mascarpone decidi di non prenderlo,viste le duecentottantacinquemila persone in fila alla cassa. Per uscire velocemente passi dalla corsia dei prodotti dietetici,che fino a dopo le feste nessuno vi metterà piede. Che la coerenza è una cosa seria. Arrivi a casa,accendi il presepe e ti perdi nella calda luce di una casetta di cartone. Respiri un’aria di calma. Commercianti ed artigiani stanno ai loro banchetti. Il gregge cammina in gruppo. L’agnello sta sulle spalle. Il pescatore sul ponte. Lo specchio nelle grotte. L’asinello ed il bue allenano il fiato. Maria entrerà in travaglio a breve. Giuseppe sarà con lei. I Re Magi sono ancora lontani. Portano oro,incenso e mirra. Esistono punti fermi e ciclicità che è bene proteggere. Ora è tempo di scatoloni. Ne richiudi con cura le tue tradizioni. Per undici mesi. La radio passa ricette di frittelle. Il prossimo Dicembre a Babbo Natale chiederai una clessidra. Sai che potrà funzionare solo alla velocità appropriata,senza forzare i tempi,senza ingolfarsi,com’è giusto che sia. 

Di canzoni e T-shirts

27 Dicembre. Giorno per antonomasia del “dopo”. Del “senza”. Dopo Natale,senza impegni scolastici imminenti,come funamboli in stand-by tra panettone e lenticchie. Nella casella della posta elettronica,le fidelity cards invitano ai presaldi. Se hai una figlia adolescente ed il tal giorno coincide con il tuo giorno libero,la scelta è quasi obbligata. Destinazione: centro commerciale. Di quelli dai mille negozi in uno,che se fossi a Milano ci impiegheresti il triplo del tempo e calpesteresti volentieri le balle al toro,nella speranza di attraversare corso Vittorio Emanuele una sola volta. Si parte in cinque. I tuoi anni sono quasi tre volte emmezzo i loro ed il doppio dei km da percorrere. Parti serena. Lasci a casa gli affanni e per un pelo anche la borsa. Nell’autoradio il cd natalizio remixato,omaggio della banca. Che se con il sole non ti sembra Natale,l’atmosfera musicale compie la magia. Una quarantatreenne e quattro teenagers in canto. La differenza è palese. Loro sanno l’inglese. Tu no. Loro cantano scandendo le parole. Tu azzeccando le pronunce e mettendo tre parole in una,come il centro commerciale con i suoi negozi. Loro Milano. Tu shopping center. Ai tempi in cui frequentavi le medie (ora secondarie di primo grado),per la lingua inglese avveniva il sorteggio. Francese tu. Francese tuo fratello sei anni dopo. Francese il tuo secondo fratello sedici anni dopo. Quando tuo padre disse alla preside che forse la dea si era bendata una volta di troppo,almeno lui fu spostato nella sezione d’inglese. Tra un fratello e l’altro,la tua erre moscia si perfezionava al liceo. Tra ricordi e vocalizzi tiri dritto ad un rondò di troppo e ti ricomponi sul “NON APPENA POSSIBILE SI PREGA EFFETTUARE UN’INVERSIONE A U”. Parcheggio arancio. Scala mobile. Ci siamo. Qui non ci sono tori a cui pestare i testicoli ma speri vivamente che tua figlia trovi un paio di jeans. Che con gli strappi alle ginocchia in pieno inverno magari fa anche freddo. Anche se poi tu,nell’indimenticabile nevicata dell’85,ti tuffavi a testa nella neve. Ed una maglietta. Che le solite due hanno girato tutti i termosifoni di casa,che quando le stiri è ormai un’utopia averne le cuciture parallele. Due ore in un lampo. Loro a pattinare sul ghiaccio,tu fra mille titoli in libreria. Si torna a casa con i sacchetti vuoti ed i cuori pieni. Loro fra canti e snapchat,tu fra tentativi e strafalcioni. Con il giusto numero di rondò. Senza inversioni a U,senza jeans,senza magliette. Tante risate,pochi acquisti. Un bel pomeriggio. Dopo cena,famiglia e prole a raccolta,un breve giro in auto per la città. Si strafalcia a dismisura. Non si cacciano Pokemon. Si inseguono sogni. La sera,nel letto,osservi la maglietta di tua figlia che dal termosifone sembra gridare pietà ma poi,se ascolti meglio,senti che è proprio fra le sue pieghe vintage che sono racchiusi tutti i suoi sogni. Ti alzi,la stiri,la ripieghi con cura e la posi sopra i jeans con gli strappi per l’indomani. Sai che il Nuovo Anno inizierà insieme a loro. Come una funambola fra le stanze,distribuisci baci e carezze. Tuo marito ti guarda stralunato mentre gli sussurri “goodnight”. Poi,di nuovo a letto,raccogli le tue emozioni. Mille in una. Come in un center. Senza inversioni. 

Di zucche e cicogne

Calzo 39 o 40,a seconda del modello. Di Anastasia porto il colore dei capelli,uno splendido ramato spudoratamente artificiale. A Genoveffa invidio l’altezza. Di Cenerentola ho gli occhi,un bell’azzurro 100% originale in perfetto stile Mendel,quel salto di generazione che da piccola mi faceva dubitare di essere stata adottata. La cifra stampata sotto le calzature deve aver avuto per me un significato intrinseco perché alle elementari (ops! Oggi si dice scuole primarie…),iniziavo i temi descrittivi della famiglia con il numero di scarpe dei miei genitori. A distanza di anni so che la fortuna più grande è stata la loro capacità di tenermi ancorata al terreno. I piedi per terra li ho tenuti nudi sulla realtà,senza pesi o misure. Loro che mi hanno permesso di sognare al punto giusto,senza dover per forza contrarre il piede in una scarpetta gridando:-“Le va!!! Le va!!!”. Loro che hanno viaggiato con me nella zucca più bella e divertente che ci sia al mondo. Che peraltro potrei essere la reincarnazione della fata smemorina,che se mi dici tre cose ne dimentico quattro. Non ho faticato a piacermi,sono piaciuta a loro. Non ho faticato ad amarmi,mi hanno amata loro. Ho “infanziato” felice ed è merito loro. Quando la mia scarpetta di cristallo è andata in mille pezzi,loro erano lì,a reincollarla insieme a me. Non mi hanno chiuso in facili schemi. Non mi hanno imposto troppe idee. Mi hanno concesso le domande più scomode senza mai rispondermi che ero troppo piccola per capire. Mi hanno insegnato a non invidiare. Mi hanno lasciato ridere. Correre. Prendere freddo. Litigare. Ammalare. Sbagliare. Scegliere. Giocare. Abbracciare e baciare. Non sono stati genitori perfetti,meno male. Non ho dovuto essere la figlia perfetta,meno male. Siamo una famiglia imperfetta dalle mille forme: due genitori dagli occhi marroni,due fratelli che amo alla follia (un po’ imperfetti anche loro) ed una Cenerentola dai piedi grandi. L’unica forma perfetta che io conosca è l’amore,in ogni peso o misura. Se dovessi dipingerlo sarebbe un prato rosa a margherite bianche e blu. Perché ho ricevuto mille gesti d’affetto con un foulard di quel tipo. E l’amore,si sa,si lega agli oggetti in maniera indissolubile. Lo so che i prati sono verdi e le margherite sono bianche e gialle e bla,bla,bla…ma se hai la fortuna di essere stata istruita e non indottrinata,la tua creatività sarà salva. Mi hanno posto i giusti limiti senza accorciarmi le ali. Ed ho volato alla giusta quota. Al 2017 non ho nulla da chiedere. Avendo ricevuto risposte chiare a tutte le domande che ho posto,non ho mai avuto cavoli prolifici nel mio giardino o cicogne volanti con bambini nel becco,ma se così fosse stato,avrei sicuramente sussurrato loro di fermarsi,scendere giù pian piano e lasciarmi lì,nella famiglia dalle mille forme,perché proprio quello è il posto giusto per me!”.

Di carte e pacchetti

Dei pacchetti natalizi adoro la carta. Amo le decorazioni sorridenti,che siano Babbi,angeli o pupazzi,un sorriso è il miglior modo per donarsi.  La carta lucida metallizzata mi rende allegra ma è inodore. La sua personalità deriva dal luccichio. La personalità della vera carta sta nel suo profumo. Ogni carta ha la sua fragranza,come ogni pagina di libro ha il proprio effluvio. Mi piacciono le stropicciature dei pacchetti casalinghi. Mi allieta pensarle carezze di chi confeziona il tuo regalo mentre si chiede se ti piacerà,con i pezzettini di scotch adesivo attaccati prima al tavolo,per non dover mollare l’angolo piegato più volte,con la coccarda colorata abbinata alla carta o quella d’oro o d’argento che intanto sta bene con tutto…oppure il nastro natalizio con i suoi meravigliosi ricciolini finali a suon di forbice,che se la sfreghi nel verso sbagliato l’effetto boccolo è un effetto piastra lisciante. Se sbagli e tagli il nastro troppo corto ne hai sempre un rocchetto di scorta. Se finisce la carta hai sempre quella rimasta dello scorso Natale,si tratta solo di capire dove l’avevi riposta due semestri or sono (che tuo figlio ha partecipato a mille compleanni ma non è che a luglio potevi di certo mandarlo con il regalo incartato a Babbi,angeli e pupazzi). Tra fili,fiocchetti e ricerche dell’ultimo minuto è tutto pronto. Fuori c’è il sole. Un pranzo da due portate per non portarsi dietro la terza incomoda i giorni a seguire,panettone e pandoro con mascarpone sulle dita,doppio cinema e degna conclusione in famiglia sul divano con coperta pelosa  e pastina (tante stelline e poco brodo). “Oggi è stata una bella giornata!”- ti dicono i tuoi figli prima di dormire. È stato davvero un bel Natale…mancava solo la neve…e pensare che stamattina ci avevi provato a ribaltarti sul lettone in una verticale stile “boule de neige” che se la capovolgi nevica,ma probabilmente la danza propiziatoria,viste le cartilagini un po’ stropicciate delle tue ginocchia,non ha avuto l’esito sperato!

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