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diserieZero

…sono solo una, non sono nessuno e nemmeno centomila… mi piace considerarmi una scrittrice "di serie zero", dove per zero s'intenda la capacità di lasciarsi permeare a tutto tondo da ciò che arriva, senza farsi intrappolare dalle idee, che poi cambiano, senza farsi imprigionare dalle convinzioni, che poi si rovesciano, senza farsi scrivere il destino, che poi si cancella e si riscrive…

Di porte e sorprese

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Ballerina di strada e cantante da salotto.

 Lei.

Di quelle che invece d’infilar coralli tessevano vocaboli. E ci ricamava sopra fantasie d’ogni genere, colpevoli soltanto d’esserle apparse in sogno.

Che le storie si dovevano scriver subito.

Per non perderle.

Anche se lei si perdeva ogni giorno. Si faceva strada fra personaggi che le si aggrappavano agli occhi combattendo Morfeo. Ed era una battaglia dura che le rendeva il viso espressivo ma stanco, di quella stanchezza che in lui divenne splendore.

Le campagne ne accoglievano il passo, la musica ne assorbiva l’essere.

Era non essendoci.

Si sentiva non parlando.

Si ascoltava scrivendo.

Arrivava sempre, in qualche modo.

La realtà le appariva piena.

La donna che stendeva i panni le riempiva il cuore. Perchè si potevano amare, i propri panni, stendendoli a suon di carezze. Così come la pianta piegata al sole, si amava a tal punto da tentar l’egoismo. Quello che ti fa tendere verso colui che t’illumina e ti fa splendere da dentro.

Erano realtà invisibili, concesse a pochi animi fortunati. Era un plasmarsi alla felicità con tutta se stessa.

Fuori dal mondo ma in un mondo più bello.

Ed in quel mondo entrò lui.

Lui.

Sbucciato negli anni come un frutto gentile ed addentato da iene senza grazia. Lui che però la grazia se l’era tenuta ben stretta, ricucendosi in una pelle dura, di quelle che sembrano legno e vene intrecciati, che ti verrebbe da bussargli al petto per chiedergli di entrare.

In punta di piedi, togliendosi le scarpe per non far rumore.

Su quel cuore in cui mille strumenti avevano suonato, sbagliando accordi e stonando canzoni.

Lui, che mischiava parole per professione, tirando le fila di spettacoli altrui e burattinando se stesso a fil di timidezza.

Inciamparono l’un nell’altra.

Il timido nella svampita.

Il sorriso di lei nelle fossette di lui.

Furono sorprese inaspettate.

Si chiesero permesso a vicenda e si scrutarono garbati. Di quella delicatezza rara e preziosa. S’impreziosirono a loro insaputa senza neppure conoscersi, sconoscendosi nel tempo e spogliandosi di parole. Affezionandosi lentamente. Avvicinandosi diffidenti. A passo di danza lei. Con fiuto selvatico lui.

Si amarono a loro insaputa. Di un amore non fisico. Non spirituale. Un amore semplice. Talmente semplice che amore non era.

Se lo questionarono fra scherzi, formule matematiche e risate. A suon di porte socchiuse, finestre spalancate e tetti scoperchiati.

Non riuscirono ad amarsi.

Non ebbero il coraggio di prendersi per mano e camminare insieme, per un piccolo tratto.

Rinunciarono alla magia e soffocarono i sensi.

Richiusero le porte.

Agirono d’intelletto.

Astenendosi dall’intrecciarsi le dita ed accarezzarsi il cuore.

Proteggendosi ovunque.

Convinti che proteggersi dalla passione possa far meno male.

Si amarono da far schifo senza amarsi davvero.

E senza mai parlarsi.

Arrivarono sul ciglio del burrone e decisero di non cadere perché, in fondo, non farsi del male era la scelta più comoda.

Peccarono d’inerzia e della stessa s’abbuffarono.

Perché non è facile amarsi un solo attimo.

È più complicato che amarsi una vita intera.

Non è semplice azzerarsi l’un l’altra e ritornare a contare di assenze.

Ci si annienta amandosi.

Ci si sciupa sfregandosi la pelle.

Ci si commuove godendo l’un dell’altra.

E ci si piange addosso dandosi piacere.

Un piacere unico, travolgente, intenso.

Ma terribilmente doloroso.

Di quel dolore subdolo, che ti strizza le viscere e ti annebbia la mente.

Ma che ti rende vivo.

Che ti fa funambolo e poi ti spinge di sotto.

Ma che ti mette le ali.

Che se non indossate, sfarfallerebbero a vita.

E si starebbe male comunque.

Da cani.

Pur non essendosi amati abbastanza.

(PARTE SINISTRA DELLA FOTO: quadro di Paola Geranio)

“Di Verbi e Ballate”, poestoria di Claudia Brugna

“Di Verbi e Ballate”, poestoria di Claudia Brugna

https://terzopianeta.info/poesie-e-racconti/di-verbi-e-ballate/
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Di balli e risate

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25 Marzo 2018.

Una mattina qualunque, di una domenica qualunque.

Dopo una chiacchierata a fil di dunque, con un amico qualunque, dall’animo assolutamente non qualunque, parto in fissa con una canzone che gli vorrei inviare ma della quale non ricordo né titolo, né cantante.

Conoscendo solo una minima parte di vocaboli inglesi, giusto quanto basta per non annaspare nel digitale e nel quotidiano, ne origina un dramma linguistico al limite del ridicolo. La ricerca del ritornello sul web, mi stressa a tal punto da ridurmi, in un attimo di testardaggine isterica, a cantarla direttamente a SHAZAM il quale, serafico e professionale, se ne esce con un freddo e poco incoraggiante:

– ! NESSUN RISULTATO. Non è stato possibile trovare un risultato. Riprova –

Almeno nei boeri, dopo il NON HAI VINTO, RITENTA, ci si deliziava la gola con cioccolato e liquore, ma qui NO, per SHAZAM la mia gola andrebbe semplicemente resettata nel profondo delle sue corde vocali.

Ma, ottimista fino allo stremo, insisto con questo “get get get down” che mi birla in testa e finalmente, passando, con balzo di quasi quattro decadi, da GET DOWN ON IT di Kool & The Gang a THE GET DOWN di Baz Luhrmann e Stephen Adly Guirgis (grazie Netflix!), giungo giuliva sulle note di I LOVE TO LOVE di Tina Charles.

È l’infinito.

Mi prende una felicità repentina alla quale è impossibile sottrarsi e parto in doccia a suon di amplificatore. Della family, chi entra nel frattempo in bagno richiude con celerità la porta dietro di sè affermando che “lì è zona discoteca!”. Sdocciata e gioiosa, preparo la colazione danzando e roteando a più non posso, come fossi “la protagonista di un libro con già un fiume di parole scritte” (G.L.).

Mi riapproprio egoisticamente di tutto il tempo che mi serve e vado avanti per ore, impastando cantando e cucinando ballando, a suon di auricolari wireless, anche per un piccolo pezzo di strada, in realtà, lasciando a chi dovesse vedermi dalle finestre, la rassicurante convinzione di credermi folle.

“Il pazzo, l’amante e il poeta non son composti che di fantasia?” *

“To be, or not to be?” **

Che non stia, magari, nel lasciarsi andare nel tentativo di essere, la felicità? Quella che puoi acchiapparti ogni giorno a pugni stretti, prendendola un po’ per le corna, questa vita, e forse anche un po’ per i fondelli.

Per non farsi incornare.

Stendendo un filo rosso verso chi ci delizia dentro, a qualsiasi distanza. La sete di felicità riduce gli spazi. Si “gerarchizza” nei bisogni, lasciandoci intendere, per chi lo voglia davvero, che “il tempo che ci divertiamo a sprecare non è tempo sprecato e certe cose che non sono necessarie, possono essere essenziali” (Abraham Maslow)

Mi chiedo in quale girone mi collocorebbe Dante. Se l’eccessiva spensieratezza possa esser quindi negligenza o follia. O, semplicemente, cibo per l’anima.

In senso lato.

Lo stesso senso immenso con cui osservo i miei figli, augurandomi che imparino presto ad esser felici a piccoli passi, un ballo alla volta.

Mi osservano e sorridono sornioni.

Sanno di avere una madre poco ordinaria, di vocaboli abitudinaria e, per certi versi, avversaria.

È una costante sfida all’inusuale, che si adatta al reale ma di amore totale.

Quell’amore imperfetto, canterino.

Che danza sulla perfezione, prendendola sottobraccio e dileggiandola dolcemente.

Ballando fino a cadere.

“We dance until we drop… “

Raggiungendo quella gratificazione sublime che poi, ahimè, si conta il giorno dopo in panni da stirare.

* SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE (Wlilliam Shakespeare)

** AMLETO (William Shakespeare)

Quadro: Paola Geranio.

Foto: A.G.

Di nomi e di amori

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Mia madre, mia figlia ed io.

Che ci chiamiamo col nostro nome.

In quel di Crema.

Alias, Guadagnino.

La proiezione è di quelle super attese. L’aspettativa alle stelle. Non la mia. Non voglio aspettarmi nulla. Ma desidero percepire. Lontano da qualsiasi previsione truffaldina.

Si entra in tre. Davanti alla stessa pellicola in quel doppio salto di generazione per nulla scontato. E per questo ancor più prezioso.

Respiro all’istante campagna e dolcezza.

Mi sento a casa.

E non solo perché nelle distese cremasche è la mia dimora.

L’arrivo di Oliver è di quelli dei tempi andati. Delle cordialità, delle strette di mano e dei sorrisi senza secondi fini.

L’abbraccio di Elio alla madre prima di presentarsi ad Oliver e quel suo bacio che di delicatezza fa amore sulla guancia di lei, è la carezza emozionale che ogni madre vorrebbe dal figlio diciassettenne.

Si srotola così, la mia fiducia in questa pellicola che sa di carta velina, a fil di percezione, soave ed inafferrabile per la sua verginità di gesti ed emozioni pure.

Comprendo all’istante di doverci entrare in punta di piedi, in questo film, con tutto il rispetto che si conviene a chi s’appresta a parlar d’amore, a chi s’offre narratore di fiabe gentili e garbate.

Guardo ogni sguardo come si osserva l’intenso e colgo ogni gesto come si coglie una pesca d’estate.

L’interpretazione di Timothée Chalamet rende vana qualsiasi critica e trasforma l’estasi in esperienza vissuta. Se si può indossare un personaggio egli l’indossa e lo porta con la maestria delle cuciture su misura, a pelle, la stessa pelle di cui Oliver vorrebbe vestirsi.

È una lenta presa di consapevolezza che si beffeggia del ritmo frenetico dei nostri giorni.

È un andar lento di passi e sensazioni, fra i quali mi piace perdermi in virtù dell’Amore, quello con la A maiuscola che ci rende ridicoli a porne condizioni e confini. È una sfida a prendersi piano piano, rompendosi il cuore con la delicatezza con cui si rompe un guscio d’uovo e bevendosi a piccoli morsi.

Un amore dall’animo magnanimo e ammodo nei modi.

Di quelli non incasellabili, meravigliosamente inaspettati ed indifferenti alle povere lingue bramose di schemi rassicuranti e rabbiosi e, proprio per questo, prigioniere esse stesse di menti pietose ed opacizzate a tal punto, che verrebbe da dire di perdonarle per quel che pensano.

È il canto amoroso, a suon d’arpa, di coloro che azzardano l’amarsi, di chi si cerca da lontano fischiando a due dita, annusandosi prima e scambiandosi la pelle al millimetro, invertendosi il nome all’infinito perché chiamarsi è desiderarsi, leggersi è volersi, darsi è incoraggiarsi a vicenda.

L’evoluzione caratteriale dei due protagonisti è sapientemente dosata nel tempo e magistralmente interpretata da entrambi. La timidezza di Elio matura nel desiderio, in tutta la sua prorompenza. La stessa passione che, in Oliver, smussa angoli e sicurezze iniziali. Non ci si oppone al cuore. Ci si ascolta e ci si asseconda, seppur fra timori e tremori. E si prende la vita come viene, cantando scanzonati e ballando scalzi, respirandosi addosso e reggendosi a vicenda sulle corde del destino, come funamboli gioiosi ed ansimanti.

È un film con cui confidarsi.

Come si confidavano i segreti alle nonne pulendo i cornetti (lo si vede fare in una scena da una donna seduta oltre l’uscio, a bordo strada). Le stesse nonne che poi ci pizzicavano le guance come fossero tortelli. Loro che ci dicevano di non strapparlo, il picciolo del cornetto, ma di tirarlo pian piano verso l’altra estremità per non spezzarne il filo interno.

È una questione di fili, l’amore.

È un filo rosso che si estende da un cuore all’altro sopra le distanze, sopra le convenzioni e con un’unica idea, quella di esistere e resistere. Ci si tira con delicatezza senza spezzarsi, forse, ci si ascolta da un capo all’altro di un telefono senza fili che tutto può.

È un film da ascoltare.

Senza filtri.

A tutt’orecchie.

Per sentirci nel profondo e chiederci che persone vorremmo essere. Se spettatori sereni o giudici beffardi. Se miserabili appassiti o nobili d’animo. Se burattinai delle menti altrui o menti libere.

Pulsa un mondo, fra i vocaboli.

Fra le parole non dette e quelle che non si dovrebbero mai dire.

È un film su cui riflettere.

Ripensando alle parole del padre di Elio e chiedendosi quanti sarebbero in grado di essere come lui. Di comprendere e comprendersi, sapendo che la responsabilità prima di ogni genitore, sta nel rispetto di colui che si è generato. Si è contenitori dei propri figli, scatole nelle quali proteggere a braccio i loro timori ma pronti ad aprire il fondo per lasciarli andare. Responsabili del loro divenire nel mondo senza necessità di plasmarli a propria immagine a somiglianza.

Può essere che ci si plasmi all’amore, scegliendo se godersene l’istante pur facendosi del male, per limite temporale, o se rimpiangere tutta la vita di non esserselo fatti.

È nell’abilità interpretativa e di contenuto del padre di Elio che si raggiunge il culmine dell’umanità, della comprensione, dell’empatia emozionale ancor prima che paterna.

È un film dal quale non ci si dovrebbe aspettare nulla a priori, se non la stupefacente possibilità che ci viene offerta di porci a tabula rasa ed assimilare tutto quanto è possibile carpire.

Una pellicola dove, per la prima volta, sia il regista ad avere aspettative sugli spettatori e non viceversa, restando a guardare se i nostri sguardi siano in grado di posarsi su tal capolavoro in qualità di menti oneste.

Di scacchi e certezze

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Linda e Lucia, che i nomi avrebbero dovuto scambiarseli in pancia. Lucia, “Lucius”, “Lux”, “splendente”. Nome che i romani davano alle bambine nate all’alba. Lei, la più puritana, alla quale avrebbe calzato a pennello il nome della gemella Linda, sorprendentemente diversa nel carattere quanto uguale nell’aspetto. Le gemelle “sgemellate”, come le definiva la loro madre in tono scherzoso. Lei, la signora Milena, che, in un atto d’amore estremo, le aveva partorite durante un’alba di primavera, di quelle mattine in cui l’aria frizzante rinvigorisce piacevolmente i visi, e proprio il viso di Gianfranco, suo marito, era in quel momento in preda alla commozione più intensa. Nacquero mano nella mano, Linda e Lucia, crebbero meravigliose in una famiglia normalissima, dove per normalità s’intenda il vivere comune fra alti e bassi, sull’orlo di discussioni preadolescenziali e consigli genitoriali non sempre ben accetti.

Linda e Lucia, le gemelle dai nomi invertiti, si amavano alla follia ma discutevano ogniqualvolta si affrontassero temi delicati.

Divorzio, eutanasia, aborto.

Lucia, perennemente piena di patos nell’argomentare le proprie convinzioni etiche, rigorosa nel rispetto assoluto della vita altrui, a qualsiasi costo ed a qualsiasi prezzo. Linda, decisamente di pensieri più morbidi, duttili, malleabili a seconda della situazione. La “conservatrice motivazionale” e la “riformista dalla mente poliedrica”, non ci si poteva credere che avessero condiviso la stessa placenta!

Fuori dal guscio “infanziarono” felici, crebbero e vissero le loro vite. Lucia lavorando come ostetrica obiettrice e Linda insegnando spagnolo in un liceo di periferia. Linda conviveva con Lorenzo, un riparatore di strumenti musicali. Lucia sposò un ginecologo obiettore nella sua ventinovesima primavera. Si erano conosciuti ad un torneo nazionale di scacchi, grande passione per entrambi. Tra pedoni, alfieri, torri e cavalli, il re e la regina convolarono a nozze. La scacchiera era per loro terreno di confronto. Le conversazioni più profonde, le discussioni più accese, le parole più belle, si sviluppavano tra bianco e nero, tra arrocco e scaccomatto. Spesso fino a notte fonda. Linda ammirava e stimava profondamente il loro rapporto, ma quando Lucia affermava convinta che la parola divorzio non avrebbe mai fatto parte del suo vocabolario, che l’anno a seguire, vista l’imminente promozione lavorativa, avrebbe “messo in cantiere” un bebè e che il suo futuro fosse piacevolmente già scritto, Linda la contraddiceva dolcemente.

– “Lucia, sai come la penso in proposito e sai anche che ti auguro ogni meraviglia. Tu ed Amedeo trascorrerete sicuramente insieme tutta la vostra vita, ma questa tua radicata convinzione di avere in tasca la verità assoluta per il prossimo mezzo secolo, mi sembra eccessiva. Dovresti lasciare spazio a qualche forse, a qualche magari, a qualche chissà. Non arroccarti nella tua torre di certezze, lascia che il futuro resti tale, sei qui adesso e sei felice adesso, il resto non conta. La vita non è una partita di scacchi” –

Lucia si innervosiva sempre a sentire questi discorsi ma, dopo un paio di battibecchi, tutto finiva in una risata.

– “Ha ragione mamma a chiamarci sgemellate, siamo il bianco ed il nero Lucia, ma anch’io ho una certezza fra mille quesiti, se avrò un figlio la sua nascita sarà affidata a te e ad Amedeo, sono in una “botte di ferro” no?” –

– “Certo, Linda, ti avrei concesso alternative?!” –

La promozione lavorativa di Lucia arrivò a breve, il bebè non arrivò.

Tre primavere più tardi, Linda uscì dal lavoro poco prima di cena e si recò in pasticceria. Acquistò una torta da gustare in famiglia, in occasione del loro compleanno. Mentre attraversava il parco, si sentì afferrare per la vita con violenza. Due volti sconosciuti, gesti brutali e feroci, occhi rabbiosi… i jeans le vennero strappati in un secondo. Gettata a terra come un animale, si sentì ferocemente penetrata una, due, tre ed infinite volte… la paura le tolse il respiro, cercò al suo pensiero una torre nella quale arroccarsi ma trovò solo terrore, spavento, disperazione… un contatto di pelle forzato e tremendamente doloroso, una lacerazione corporea e mentale devastante, una disumanità cruenta e sanguinosa, un continuo incedere morboso che riconduceva l’uomo ad uno stato schifosamente bestiale…

Un repentino colpo in testa le impedì ogni emozione.

A casa, i primi minuti d’attesa non destarono alcun pensiero; tutti sapevano come la puntualità non rientrasse fra le migliori qualità di Linda. Dopo mezz’ora i primi dubbi, dopo un’ora la preoccupazione, dopo tre ore una telefonata. L’avevano ritrovata riversa sull’erba, il giubbotto ancora allacciato, le gambe nude, panna montata e lamponi tutt’intorno.

I riccioli rosso sangue.

A Milena, Gianfranco, Lucia, Lorenzo ed Amedeo, fu risparmiata la terribile visione. Linda, dal canto suo, non vide nessuno. C’era una fresca brezza di primavera quella sera, ma di quelle che danno ancora fastidio al viso.

Per Lucia, vedere Linda su quel lettino era come specchiarsi. La loro somiglianza era incredibile ma, ora come mai, Lucia si sentiva sgemellata. Quel viso pieno di lividi, quel corpo trattato come carne da macello. Il concetto di rieducazione sociale dell’individuo in cui Lucia credeva con tutta se stessa, perdeva lentamente di senso.

Milena e Gianfranco respiravano ma morivano dentro.

Il cuore di Lorenzo e di Amedeo batteva d’inerzia. Gli strumenti musicali di Lorenzo divennero muti.

Furono settimane terribili ma, finalmente, un’alba di primavera inoltrata, quando la brezza sul viso intiepidisce la pelle e non da più fastidio, Linda uscì dal coma. Aprì gli occhi e li richiuse. Non volle vedere, non volle sentire.

STUPRO.

Quella parola piena di consonanti così dure, taglienti, tremendamente reali. Linda cercò la torre del silenzio e vi si rifugiò.

La riabilitazione fisica fu veloce e soddisfacente. La medicina aveva guarito ciò che si poteva guarire. La corporeità. Null’altro.

Una notizia inaspettata ruppe il silenzio di Linda. A fatica, Milena preferì non prendere giri di parole.

– “Linda… sei incinta… di tre settimane” –

Glielo disse a fil di voce, trattenendo le lacrime.

– “Lasciatemi sola!” –

Lorenzo, la sera del compleanno, era appena rientrato da Parigi per lavoro dopo un mese di assenza. Il che, apriva la strada ad una triste verità.

Lucia corse a casa piangendo. Entrò in salotto e scaraventò al soffitto la scacchiera e gli scacchi di ceramica. Alfieri, pedoni e cavalli la osservavano dal pavimento. La sua torre iniziava a sgretolarsi. Nulla quadrava più. Non era così che si era immaginata di avere il suo primo nipote. Furono giorni sordomuti.

– “Linda ha deciso di non tenere il bambino” –

le comunicò, con delicatezza, Amedeo.

Avrebbe voluto abbracciarla, avrebbe voluto comunicarle la sua disponibilità alla pratica abortiva, decisione maturata a lungo, ma temeva di ferirla nel profondo delle sue convinzioni.

Lucia, dal canto suo, avrebbe voluto abbracciare Amedeo, avrebbe voluto chiedergli di praticare personalmente l’aborto a Linda, decisione maturata a lungo, ma temeva di ferirlo nel profondo delle sue convinzioni.

Non si chiesero.

Tra il re la regina si era insinuato il silenzio.

Lorenzo aveva parlato a Linda, manifestandosi dolcemente d’accordo con qualsiasi decisione lei avesse preso. Iniziò a costruire una torre dove proteggerla e confortarla. L’amò di parole, di carezze, di sguardi. I suoi strumenti musicali ricominciarono a parlare.

Tutto fece il suo corso.

Nelle aule di tribunale, si decise ciò che era da decidere. Tra perizie ed arringhe, si concluse un percorso lungo e difficile. La severità delle pene non fu abbastanza severa. Di questi tempi andava così. Linda partecipò ad ogni udienza. Non guardò mai i due stupratori negli occhi. Non per paura. Non per vergogna. Ma per rispetto a quel bambino che aveva portato in grembo. Non dimenticò mai quel bambino. Lo pensò ad ogni alba della sua vita, affacciandosi ogni giorno dalla sua torre, qualunque fosse la temperatura della brezza mattutina sul viso. Sentiva dentro di sè un grande vuoto, una mancanza… Non era un senso di colpa dettato dal credo di appartenenza, piuttosto una sensazione di nostalgia, una mancata possibilità di conoscenza e di contatto con il proprio figlio.

Lucia ed Amedeo non si confidarono mai il pensiero che li aveva portati al silenzio e quel mutismo si protrasse a lungo rendendoli divorziati senza esserlo. Non avevano più giocato a scacchi. Continuarono il lavoro deponendo le loro obiezioni, ostetrica lei, ginecologo lui. Non ne parlarono mai per paura di ferirsi.

Cinque primavere più tardi, nella torre di Linda suonarono mille melodie.

– “Mamma, papà, aspetto un bambino” –

Milena e Gianfranco ripresero a respirare a pieni polmoni.

Lorenzo parlò con tutti i suoi strumenti.

Lucia corse a casa ridendo di gioia. Entrò in salotto e lanciò mille caramelle al soffitto.

Il cuore di Amedeo riprese battiti regolari.

Nell’alba di Natale, riuniti in famiglia, Linda, dopo essersi affacciata dalla sua torre ed aver respirato le gelida brezza invernale, baciò il suo bimbo nel cielo, accarezzò la sua bimba nel pancione e svegliò la sua gemella. Si affacciarono alla torre. Linda diede a Lucia un pacco regalo. Dentro c’erano tutti i suoi scacchi di ceramica incollati uno ad uno.

– “Dietro ad ogni scelta vibra una motivazione. Dentro ad ogni individuo cresce l’idea idea di come dovrebbe andare il mondo. In un mondo civile non si dovrebbero condannare le scelte altrui. Culti od autorità che si nutrano del diritto di biasimo, avranno passo di piombo e pensiero tiranno. Sono stata rotta dentro e tu ti sei rotta con me. Niente sarà più come prima, Lucia cara. Hai scavalcato convinzioni e principi per essermi vicina, ora è giunto il momento di ricostruire la tua torre. Vai, corri da Amedeo e riempite il vostro silenzio di parole. Amatevi o lasciatevi. Non perseverate a vivere d’indifferenza” –

Lucia si appoggiò sulla spalla di Linda, si presero per mano e si rigemellarono. Poi, corse leggiadra da Amedeo. Parlarono. Lui la sollevò al soffitto. Alfieri, pedoni e cavalli, li osservavano dalla scacchiera. Il re e la regina si riamarono. Amedeo costruì a Lucia la torre più bella. Decisero di avviare le pratiche per la fecondazione assistita.

In un’alba di metà Marzo, fecero nascere la bambina di Linda “in una botte di ferro”. Linda la volle guardare subito negli occhi, per rispetto al bambino che aveva portato in grembo. Poi la baciò e la strinse a sè. E fu come se stringesse entrambi. La prima brezza che la bambina sentì sulla guancia fu il bacio di sua madre, delicato, della giusta temperatura, di quelle che non danno mai fastidio.

Di corse e cadute

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LA CORSA (9/02/1996)

Udite fratelli, udite!

Udite il tempo che segna la vostra esistenza e lasciate che vi penetri il cuore, per essere da esso filato in un arazzo intriso di consapevolezza…

… coscienza.

Comprendete fratelli!

Non guardate la vita che fugge nell’illusione che tale contemplazione ne rallenti la velocità… gustate invece questo dinamismo gettandovi nell’essenza vitale di un tempo che corre, vi sfiora, V’INVECCHIA!

E allora perché morire in sterili rimpianti della giovinezza uccidendo contemporaneamente l’oggi?

Per tentare la cattura dell’eternità?

O forse per evitare che la delusione appaia nella lista dei ricordi?

L’esperienza di una caduta non è più viva del timore di una partenza?

Correte, fratelli, correte!!!

Fonte: “Barbamilù,Barbamilà”

Brugna Claudia, 2001.

Di equilibri e caffè

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Estate 2017, primo Luglio, in rientro dalla riviera. Adriatica. Riccione bye bye.

Mamma a fianco e prole in retro seduta, mentre il cd passa Fabri Fibra, ascolto il duetto dei miei figli in ritmica simbiosi. Ok che “a 15 anni tutti youtuber” ma, accidenti, se recitassero con lo stesso fervore la lezione scolastica, potrei toccar con mano il “fenomeno che tutti vogliono”, ma che preferisco non avere. Che poi, se non fosse per una lettera, FIBRA e BRIGA potrebbero anagrammarsi, erroneo scambio di persona da evitare assolutamente con un adolescente, attraversato da una “scossa di quinta magnitudo” sull’ onda della confusione musicale materna. Per quelli della mia generazione, sarebbe come attribuire GENERALE a Vasco e VITA SPERICOLATA a De Gregori. Che, peraltro, se le scambiarono di voce in maniera sublime.

La pseudo incontinenza fatidica, quella che si manifesta improvvisamente nei ragazzi a suon di autogrill, arriva tra STAVO PENSANDO A TE e CRONICO e l’idea dell’estate è quella di fermarsi nei pressi di Bologna. Dodici ore prima del concerto di Vasco Rossi a Modena.

L’universo in un parcheggio.

Un posto auto si libera al mio arrivo. Dicesi tempismo. O gran colpo di chiappa.

Figliolanza alla toilette, la sottoscritta vola in caffetteria. Quattro ragazzi al servizio in alta velocità, perfettamente coordinati fra tazzine, scontrini e chicchi di caffè macinati in loco. La ragazza dei cappucci, bravissima, porta tutto il suo impegno sul rossore delle gote. Che inquadrano un bel sorriso. Due signore accanto a me, sulla settantina, la incalzano boriose agitando lo scontrino per aria. In mezzo al mondo, parlano di minuti come se fossero ore. Le loro gote mi fanno pena. Ed i loro sorrisi non si vedono. Finiti a spasso con i due liocorni.

Mi chiedo cos’avrebbe pensato mio nonno a tal proposito.

Lui, figlio del ventennio e giovanotto sul “treno che portava al sole senza più fermate neanche per pisciare”. Ragazzo del periodo in cui non era permesso chiedersi che senso avesse “venire al mondo come conigli e partire al mondo come soldati”. Uomo dell’equilibrio, sereno nel cantarmi BELLA CIAO sui sentieri di montagna, pur lasciando falce e martello nella cassetta degli attrezzi.

Fermo credente nella democrazia di Cristo.

Mente saggia e forte d’ideali, non ingessata da ideologismi.

Lui, reduce di guerra che si rigirerebbe nella tomba nel sentir d’apologie ad ogni angolo di strada. Mi rammenterebbe che le parole hanno un peso ed i termini un significato. Che utilizzarli a sproposito, acceca le menti e sterilizza i pensieri.

Lui, che zittirebbe le settantenni dalle gote spente con un solo sguardo, quello che a me bastava per capire dove stava il limite. Quel limite necessario a contenersi. Con poche parole e molti esempi. Senza troppi sermoni.

“Forse eravamo stupidi, però adesso siamo cosa?”

Intellettuali dalle filosofie baldanzose, con la storia sottobraccio da rispolverare a comando. Rivoluzionari a senso unico. Idealisti allo stremo.

“Verso la china su un foglio bianco, non faccio questioni di stato”

Ma rimpiango gentilezza e modi garbati. Pacatezza. Il gusto dell’attesa nel rispetto del lavoro. Che vorrei tanto dire alle sciure dai sorrisi inesistenti di berselo a casa loro, il caffè, ma so che il mio saggio avo mi direbbe:

– Non sprecar tempo ad insegnare agli altri un comportamento corretto ma assicurati d’impiegarlo a rendere migliore il tuo –

Prole a seguito e mamma a fianco, mi rimetto in carreggiata e mi chiedo se riuscirò a trasmettere moderazione ai miei pargoli. Se, fra mille discipline, sarò in grado di spiegar loro l’importanza del buonsenso. Della misura.

E se mai un giorno “si trovassero come le Star, a bere del whisky al Roxy Bar”, che le loro idee non cristallizzino, che i loro ideali non s’ideologizzino e, caspiterina, che la gentilezza sia la loro arma migliore.

Nel frattempo, siccome la vecchia, cioè la sottoscritta, detiene per ora l’autorità suprema, li guardo dallo specchietto retrovisore chiedendo loro:

– Cinture di sicurezza allacciate? –

– Siiii! –

– “Bella raga!” –

Poi, democraticamente, mi riapproprio del cd. E ne ascolto i vecchi tempi. Che un po’ per uno non fa male a nessuno!

Fonti: (Espressioni virgolettate, tratte dai testi musicali di Fabri Fibra, Briga, Vasco Rossi, Francesco De Gregori)

Di vini e negozi

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Anche l’ideal marito, da mongolfiera diviene zavorra se trascinato a suon di shopping.

Milano city. Dodici dicembre. Un paio di calici di buon gewurztraminer a tutto pasto, mettono in serio pericolo l’equilibrio del mio sguardo. A metà tra l’assopito ed il rintronato, concludo le pietanze a caffeina e mi ripiglio per due passi in centro. Cappotto indosso e sciarpa al collo, mio marito ha pure i guanti. Il fortunato. La sottoscritta si accontenta d’infilargli le mani in tasca, godendo dei suoi, visto che i miei si rilassano giulivi a casa, nel cassetto che tre volte su quattro volte mi dimentico di aprire, autoprovocandomi la ramanzina, silenziosamente petulante, delle mie nocche gelide e rosse di rabbia. Vige una specie di contrasto bipolare fra ciò che il mio corpo vorrebbe fare e ciò che la mia mente decide di assecondare, con conseguente accorpamento d’indumenti sull’orlo di una crisi di nervi, che aspettano invano di essere utilizzati nella stagione che più conviene loro. L’aspetto positivo, se lo godono alla prima uscita in pompa magna, ancora freschi d’acquisto. Guanti che a fine febbraio non hanno un pelucchio appallottolato, ombrelli dallo scatto felino e con le aste ancora in sede e sciarpe che per divenire vintage ci vorrebbe una decade. Peccato che di lì a poco, begonie ed azalee faranno capolino nei giardini appena inerbati.

Chiacchierando a passo doppio e deciso nella via che di Bonaparte fece il Monte, c’infiliamo da Cova per un cafferino al banco e decidiamo di dividerci per negozi. Per me il non plus ultra della libertà. Un lieve migrare in solitudine, fra luci e colori prenatalizi sapientemente accostati.

Esistono almeno tre motivi per lasciare i mariti lontani dal proprio shopping.

  1. LA NOIA: Quel sentimento geneticamente, antropologicamente ed arcaicamente radicato nell’animo maschile, per il quale seguire la propria moglie tra appendini e capi d’abbigliamento diviene una tortura. “Hai finito?”, “Hai ancora molto?” e “Quanto ti manca?”, sono i tre tormentoni che alla fine ti portano all’uscita forzata. Piena di domande e con le risposte fra i denti.
  2. IL CALDO: L’uomo dei tempi moderni, accusa vampate surreali in qualsiasi negozio. Al primo scaffale a sinistra, annaspa come fosse in premenopausa e ti dice che ti aspetta fuori. Peccato che poi te lo ritrovi alla tenda del camerino con sguardo sofferto in stile cane bastonato. Che l’ormone ti va al cervello a tal punto che vorresti taccheggiarlo e metterlo in vendita. Senza possibilità di reso.
  3. IL SENSO D’UTILITÀ: Il tempismo nel cogliere dal tuo sguardo ciò che vorresti acquistare e che lui decide di prevenire  con la frase: “Ma sei sicura che ti serva?” “Ma no, guarda, volevo acquistarlo così, tanto per fare…” E ti dirigi scattante al reparto uomo, decisa a restituirgli la stessa premura frettolosa alla prima richiesta di consiglio da parte sua.

Se il vero amore chiama amicizia, i patti chiari ne allungan l’esistenza. Dividendo le nostre strade nel “quartier de riverissi”, attuo rilassata la migrazione in solitaria.

Si parte da un selfie con la meravigliosa pecora* in versione DIESEL, colei che sprigiona dignitosa la sua personalità, giubbotto in pelle nera e riccio azzurrato, che mi riporta ai vecchi tempi delle mie chiome celesti. Stagione 2017/2018: Chiodo-Pullover rennato 1-0. Per la serie: costruite su di me la realtà che preferite, che il vestito è mio e me lo gestisco io. Chapeau!

Si prosegue da OYSHO, con passo ovattato tra fantastiche vestaglie cinigliate, caldi calzettoni strapelosi ed amabili coperte animate. Una goduria. Pigiami vaporosi. Di quelli che se hai il segno vita te lo annullano e se non ce l’hai poco importa, che l’ultima sciancratura si è defilata silente fra cuciture parallele tutte d’un pezzo. Quell’abbraccio extra-large di morbidezza che però, ahimè, manderebbe in cantina anche la libido del consorte più innamorato. Mi selfizzo nel camerino con berretto notte pecoroso e coperta orecchiata. Che se il caso affacciasse Luca alla tenda, potrei rimembrargli la simpaticissima Ivana.

Dopo curioso autoscatto sugli scalini, eccomi da Wycon, per l’acquisto di due matite occhi color “verde mare”, come lo appella mio figlio, correggendomi quando definisco i nostri occhi azzurri. Che poi “verde petrolio” è forse l’abito che la mia iride indossa meglio, ma “verde mare” fa più chic, senza radical aggiunti. La commessa, gentilissima, mi chiede se io abbia bisogno di altri prodotti e m’invita ad un ulteriore acquisto. Ebbene sì, pensandoci bene, potrei anche farmi consigliare un buon contorno occhi, di quelli strong, ma temendo che mi proponga l’alternativa del chirurgo estetico più vicino, rimbocco le occhiaie e declino sorridente l’invito. Un buon correttore la farà da maestro. E le galline continueranno a a scorrazzare beate, lasciando zampate di felicità sulla mia aia oculare.

Da TEZENIS acchiappo calzini brillanti e canotte. In attesa di pagare, osservo i maxi schermi che proiettano bellissime donzelle danzanti in slip e reggiseno. Noto che il loro peso si quantifica in grammi. Gli stessi che si concentrano sulle maniglie dell’amore di noi comuni mortali in coda alla cassa. Grammo più, grammo meno. La differenza di felicità sta nell’autoamarsi in ogni caso, fondamentale eh, che “I peggiori delusi sono quelli che si sono delusi da soli” (Christian Nestell Bovee).

Da una migrazione all’altra si fa “pre-sera”, quel meraviglioso arco temporale tra il buio ed il chiaro, quella sfumatura che rende le vie romantiche e le pennella di rosa. Quel “fra gnac e petac”, tanto per intenderci al volo, che se ti trovi alla guida ti proietta diretto ne “L’IMPERO DELLE LUCI” di Magritte.

Giunge il tempo di ritassellare il puzzle coniugale. Ripercorrendo a ritroso la vecchia strada dei conventi, i cui orti si tramutarono in lussuosi giardini, cerco mio marito e i suoi guanti. Li ritrovo poco dopo il civico 9 dove, in quel di Marchesi, la caffeina da banco mi ha nuovamente ristorato l’acume. Mi raggiunge con la  Toy Box #DGFamily in sacchetto di carta musicale, che se parlassi inglese non potrei che affermare:

“OMG! But it’s wonderful!!!”

Ma glielo dico con gli occhi, in quel verde petrolio che tutto può. Ci si intreccia le dita, pelle a pelle senza guanti, e si rientra in quel di casa nostra. Non prima che lui abbia simpaticamente scommesso su quanti minuti riuscirò a stare sveglia in auto, nel tragitto che da meneghina mi riporterà cremasca.

Stanotte arriverà Santa Lucia. È Il primo anno che nessuno dei miei figli crede più in lei, nel suo ruolo d’ambasciatrice del gioco perlomeno. Se dal lato economico ciò mi avvantaggia, che “ragazzi dateve ‘na regolata che si paga anche il carbone”, dall’altro mi struggo ripensando al rossetto che lasciavo sul bordo della tazzina, con una parte di biscotto sul fondo, alla letterina in cui l’elenco dei buoni propositi era infinito, alle caramelle sparse per casa ed ai pelucchi che strappavo dalla coda del cavallo a dondolo, per incastrarli nella finestra. (Nel frattempo, dalla soffitta lui ringrazia di aver conservato almeno quattro peli oltrenatica). Il rovescio della medaglia sta nel non doversi alzare all’alba per togliere il mazzolino di fieno dal cancello. Ma all’alba mi sveglio comunque. Perché guardo al futuro, strizzando un’occhio al passato. Perché mi piacerebbe che s’ingolfassero di risate come caramelle. Perché voglio acchiapparne l’espressione quando apriranno i regali. E perché vorrei augurare loro che “gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe” (Francesco De Gregori). Che, come afferma Fabrizio Caramagna, “Non guardare se il tuo bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Guarda quanta luce c’è nel bicchiere”.

E che non ci sia troppo vino!

(*FOTO PECORA: Vetrina DIESEL STORE Milano)

#diseriezero

#claudiabrugna.com

Di ravioli e sintonia

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Martedì è serata toast. Cotto e fontina compaiono magicamente in frigorifero il mattino e scompaiono in un volo poco dopo il tramonto. Lavorando nella ristorazione e cucinando per lavoro, nel giorno di chiusura, pan tostato e farcitura è la soluzione ottimale che respinge la deformazione professionale oltre le quattro mura. Latte e acqua, trovano compagnia per un giorno a settimana; solitari i rimanenti sei, bivaccano liberi sui ripiani interni, strizzando l’occhio al brodo (rigorosamente in gelatina) che li guarda dall’alto, abile danzatore sull’andazzo della porta in ogni sua apertura e chiusura. Buio e luce. Luce e buio. Che se non fosse per lo scoppiettio dei cubetti ghiacciati del freezer nel reparto di sopra, sarebbe un silenzio troppo freddo ed ingiusto per ogni frigor che si rispetti.

Intanto sul divano si accoppiano coperte e cuscini, ciabatte e calzettoni. I capelli bagnati reclamano un phon ma si adattano ad un “torchon salviettoso” abbottonato sulla fronte, appena più su di dove si danno i baci innocenti, quelli che magicamente rilevano anche la febbre. I vassoi da letto rubano funzioni al tavolo, le posate stanno in stand by ed i bicchieri pure. Temporaneamente sostituiti da lattine e bottigliette, in una spartanità “coscia a coscia” tremendamente accogliente. Si respira libertà. Tra una discussione e l’altra su chi curerà la tostatura e chi servirà al vassoio.

Nove volte su dieci, il tramonto è già passato da un pezzo. Serate nelle quali in stand by vanno anche gli orologi. Con lancette e minuti a seguito. Così, in una dimensione surreale, al di fuori di qualsiasi canone, semplicemente intersecata ai bisogni primordiali di affetti ovattati ed appetiti sfiziosi.

Al “periodo toast”, si sono spesso alternate serate gustosamente monotematiche. Il raviolo alla zucca è stato l’indiscutibile protagonista di numerosi martedì casalinghi. Vestito di burro e scaglie di parmigiano, ci è entrato nel cuore e nel palato a tal punto che una sera, mia figlia, se n’è uscita serafica con la frase:

– Mamma, quando non ci sarai più e mangerò i ravioli alla zucca, mi verrai sempre in mente –

Credo che in quel preciso istante, il raviolo nella mia bocca si sia arenato sull’epiglittode e che la mia gola abbia di colpo imparato tutti i nodi del marinaio dei bastoncini di merluzzo.

L’ha affermato così, soave e gentile, con quella tenerezza “strong” che ti fa sentire importante in un pezzo d’impasto, mischiato a formaggio e verdura. L’ha pronunciato a fil di labbra, con la nonchalance tipica degli animi senza filtri, veri e sinceri, stupendamente trasparenti come le lacrime che ho cacciato di tutta fretta in gola con raviolo and company, fingendo una falsa padronanza quando invece avrei voluto lasciarmi andare platealmente come in un film, inumidendo fazzoletti e sfiatando sfinita di commozione. Sono quelle dichiarazioni d’amore che non ti aspetti, accidenti, ma l’amore d’altronde non s’insegna, si trasmette e si tramanda.

Circa tre settimane fa, mentre preparo la linea di cucina per la serata, ascoltando Mango ed azzardando un ballo, la bimba della zucca amorosa, che nel frattempo si è fatta liceale, mi chiede di spegnere la musica perché non riesce a studiare.

Girando su me stessa a suon di “Monna Lisa”, me ne esco serafica con la frase:

– Ma si, dai, quando non ci sarò più, mi ricorderai felice e ballerina –

Glielo dico così, soave e gentile, con quella tenerezza “strong” che vorrebbe portarla in un palmo di mano e sollevarla al sole, pronunciandolo a fil di labbra, con la nonchalance tipica degli animi canterini, caparbiamente liberi e vivaci.

– Mamma, ma che brutta cosa che mi dici! –

Se capita il discorso, conversiamo delle assenze con la giusta leggiadria, senza soffermarcisi troppo, in quella toccata e fuga che rende gli argomenti meno cupi e più leggeri. Ma doverosi. Da pendendere sotto braccio con coraggio e lasciare all’arembaggio poco dopo. Tenendosi la felicità.

In un passo di danza felpato, con la grazia che si conviene a tre decine e nove unità sulle mie calzature tutt’altro che minuscole, la raggiungo e la cingo alla vita. Lei mi abbraccia le braccia e siamo in sublime sintonia, in uno di quegli attimi pirandelliani nei quali le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu*

Mi rendo conto che per sussurrarle all’orecchio, dato che non sempre la lunghezza del piede è direttamente proporzionale all’altezza, devo alzare leggermente il viso e, donando goliardia alle mie parole per sdrammatizzare, le tendo una similitudine alla sua frase di anni prima. Si stupisce e non rammenta di avermela detta, ricordando invece le nostre cenette intime di famiglia a base di zucca.

Mi scatta la magia. Per la sua capacità di trarre bellezza da discorsi malinconici che è naturale affrontare. E per l’attitudine a trattenere le positività come l’oro nel setaccio. Che affiora dalla sabbia ma sa lasciarla cadere per splendere di suo.

Percepisco che le sensazioni sono tutto ciò che conta davvero. Capisco che, in famiglia, conversare di assenze non può divenire un tabù, per lasciarne gestione casuale a balene blu volanti o a devastanti racconti di cronaca famelici di share. Mi rendo conto che delle persone resteranno le sintonie, che le emozioni non dette peseranno come macigni se non si potranno più dire e che gli abbracci non dati ci stringeranno di rimpianti se non si potranno più dare. 

E allora Caron, non ti crucciare**, se io e la ragazza della zucca doniamo riso a discorsi seri e la prendiamo così, la vita, tra un passo di danza ed un abbraccio a pari altezze. O quasi. Se sorridiamo alla serietà dei nostri discorsi, lasciando a te e all’Acheronte negatività, zavorre e peccati originali. E se ci fotografiamo dall’alto i piedi che, fra l’una e l’altra, sono quasi ottanta unità. 

E meno male che c’è Halloween a stemperare il tutto, con le sue zucche vuote e il suo schernir quella dipartita che si vorrebbe zittire. Con le sue maschere esorcizzanti ed i suoi fantasmi scacciapensieri. Con quel dolcetto o scherzetto che rende liete le bocche dei bimbi e ne delizia i palati golosi. Che poi, a conti fatti, tutto ciò che resta realmente è quello che non ci si è dimenticati di darsi e di dirsi.

(*Pirandello, IL FU MATTIA PASCAL)
(**Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA)

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