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diserieZero

…sono solo una,non sono nessuno e nemmeno centomila……mi piace considerarmi una scrittrice "di serie zero",dove per zero s'intenda la capacità di lasciarsi permeare a tutto tondo da ciò che arriva,senza farsi intrappolare dalle idee,che poi cambiano,senza farsi imprigionare dalle convinzioni,che poi si rovesciano,senza farsi scrivere il destino,che poi si cancella e si riscrive…

Di cerotti e meraviglie 

Quale capacità mi piacerebbe sviluppassero al meglio i miei figli? L’attitudine all’ammirazione. Vorrei che fra i pensieri della sera,quelli che si accovacciano con noi sul cuscino aprendoci la porta della notte,ce ne fosse sempre uno da dedicare ad un successo altrui. Ad un’azione positiva di un amico. O alla bellezza di una frase sentita pronunciare. Anche da chissà chi…che la meraviglia sa sorprenderti all’improvviso…se ti fai sorprendere. Mi piacerebbe si abituassero ai complimenti,quelli da fare. O che si emozionassero dei traguardi,quelli raggiunti dagli altri. Vorrei per loro un doppio percorso,quello interno dell’amor proprio e quello esterno,dell’amor dato. Vorrei per loro una corsa alla felicità,di quelle che ti tolgono il fiato e che ti fanno le vesciche sui talloni,che per essere felice devi avere il cuore in gola ed i cerotti sui piedi,di quelli che sono talmente incollati che dovrai decidere se strapparli di colpo o lentamente,ma in ambedue i casi ti sarai risanato. Che le ferite aiutano. E ci giochi la vita come a “BANDIERA” o a “UN DUE TRE STELLA!!!”,imparando quando è il momento di correre o quando è il caso di fermarsi. Che non è vero che chi si ferma è perduto. Perché se non sai fermarti hai perso in partenza. E la partenza giusta non è in quarta,ma in prima. Con tocco delicato sulla frizione,che se t’ingolfi è un casino. E così,tra un “TIRO ALLA FUNE” ed un passo alla “MOSCA CIECA”,vorrei che i miei figli imparassero a sbrogliare le proprie matasse a suon di risate. Che la felicità si conquista un pezzo alla volta. Come quando all’asilo fai una collana di pasta,che sedanino per sedanino ti sembra sempre più bella. Il segreto è riuscire ad ammirare anche quelle degli altri bambini. E poi con la pasta avanzata ci puoi fare un sorriso. Pezzettino per pezzettino. Che se manterrai la capacità di apprezzare gli altri sorrisi,anche il tuo sarà più splendente. E non s’ingolferà. Che poi adesso c’è il cambio automatico. Ma questa è tutta un’altra storia…

Di donne e ditali

Donna Francesca Scanagatta nacque a Milano nel 1776. Di nobile famiglia e di raffinata educazione,nutrì un interesse parallelo per i racconti rivoluzionari della sua governante francese. Allontanata da quest’ultima,nel timore paterno di eccessive influenze sovversive,trascorse un paio d’anni in un monastero. Seppur all’apparenza sdegnante delle arti del cucito e probabilmente più incline ad esercitazioni di scherma,continuò diligentemente gli studi,continuando tuttavia a preferire poemi epici a letture convenzionali. Destinata ad un convento austriaco,venne programmato un viaggio in compagnia del fratello,il quale avrebbe dovuto raggiungere l’Accademia Militare nei pressi di Vienna. L’improvvisa malattia del fratello,fu per Francesca l’occasione di realizzare il suo sogno. Taglio di capelli repentino ed abiti maschili,ne fecero un ufficiale dell’Esercito del Sacro Romano Impero, prima donna ad essere arruolata nelle forze imperiali. Prestò servizio in maniera eccellente per sei anni,fino al congedo. Menzionata d’Onore. Negli anni a seguire,ritornata a Milano,sposò il nobile ufficiale bonapartista Celestino Spini di Talamona ed ebbe quattro figli. Morì ottantottenne. Amore,figli ed ideali,nel suo prezioso bagaglio.
Donne alla lettura,amiche mie,virtuali o in carne ed ossa,un unico augurio,posso farvi,che la vostra vita sia una scossa!

Che di fremiti sian le giornate,mille dadi colorati,con cui tentar di giocare la vita,tra emozioni e baci rubati.

Che un arcobaleno sia la vostra misura,che le vostre ali siano aquiloni,che le vostre labbra sian sempre tese,a trattenere mille emozioni.

Manovrate gli aghi con maestria,non attaccate soltanto bottoni,ma sappiate farne una gran bussola,per ideali ed aspirazioni.

Che il ditale non vi sia prigione,che sia una guida meravigliosa,grande corazza nelle battaglie,con cuore tenero di mimosa.

Quel giallo sole che tanto vi dona,che sia gonnella o pantalone,che vi rallegri ogni giornata,che sia ogni volta la vostra canzone.

Claudia.

FONTI: http://www.armigeridelpiave.it/SELEZIONI/Scanagatta.pdf

Di Sanremo e stand by

A due settimane dalla calata del sipario sul Sanremo canoro,anche i rumors più famelici hanno smorzato i loro toni. Trattasi di afonia provvisoria,un vortice di pettegolezzi sarcasticamente esilaranti giunti in stand by. Fino al prossimo anno. Fino al prossimo Ariston canterino. Fino al prossimo bersaglio da colpire. Senza pietà e senza competenza alcuna. Perché passino i critici di professione,ove per professione s’intenda la profonda conoscenza di ciò che si andrà a disquisire,ma dei “tuttologi sanremesi” con il colpo in canna pronto all’uscita non se ne può più. Si inizia tristemente settimane prima. Se fai colazione al bar,intingi il cornetto con la solita solfa nell’aria. Il popolo sovrano si suddivide in entusiasmanti: “Stasera guarderò Sanremo”. Prontamente affondati da decisi: “Ma tu sei fuori! Ma neanche se fosse l’ultimo programma che mi concedessero di vedere prima del patibolo!!!”. E così,tra bar ed uffici,si protrae una vivace disputa tra SANREMO SI-SANREMO NO,con dissertazioni poliedriche che nemmeno il più importante dei referendum popolari. E mentre tu pensi che nel 1951,se fossi già nata quando Nilla Pizzi ringraziava “dei fior”,avresti volentieri reso gratitudine a lei,per aver dimostrato che in quei tempi le donne potevano dar “voce alla loro voce” non solo nelle urla da parto,ecco che la criticona da bar,mentre tu intingi il croissant,si permette di sindacare sul lato B della valletta dell’edizione in corso,dimenticandosi del suo lato U che,nel frattempo,chiacchiera amorevolmente con il retro rotula. Infervorata a tal punto sull’alfabeto delle natiche,da non ringraziare neppure del caffè servitole al tavolo. Macchiato. Con tanta schiuma. Che si scioglierà lentamente durante le sue valutazioni estetiche di primo pelo. “Mi scusi?! Ma questa non è schiuma! È latte!! Me lo rifaccia per cortesia!!!”. Quella cortesia della quale faresti anche a meno. Le più divertenti sono le “fashioniste per un giorno”. Per ogni serata del festival,rilevano un difetto dell’abito che nemmeno lo stilista più esperto sarebbe in grado di cogliere. Non ci si capacita di come le stesse possano,allo stesso tempo,consigliare alle amiche la loro sarta di fiducia che “attacca i bottoni che è una meraviglia!”. Peccato poi il non aver compreso come non sia sufficiente conoscere la complementarietà dei colori per abbigliarsi in maniera decente,che se lo stivaletto arancio sta sotto la gonna bluette,l’ottica vibrante si trasferisce ai peli delle braccia,che si innalzano urlanti in stile Edvard Munch. E mentre tu ti perdi “Nel blu dipinto di blu” della gonnella in questione e sapendo di “Non avere l’età” né tantomeno il tempo di perderti in argomentazioni di stoffe al millimetro,termini il tuo cappuccio e saluti il barista,al quale vorresti dire “Ciao amore,ciao” per ringraziarlo della fantastica colazione. Avendo la mattina libera ti lanci nella tua “Avventura” tra le vetrine e se c’è chi “Per Elisa” non si stanca di guardarle,tu ti stanchi in fretta ed acquisti in velocità. Non hai una “Vita spericolata” e la tua “Terra promessa” oggi è guardare la partita di tuo figlio,al quale non sarai di certo tu fra qualche anno a chiedere: “Portami a ballare”,ma la ragazzina che speri sappia parlargli di “Sincerità”,perché se adesso sopra un pallone è tutto così semplice,quando a rotolare saranno i suoi ormoni ,”Un giorno mi dirai”. Al banco della merceria l’ipocrisia si fa sovrana. La signora stivaletto al tramonto su gonna oceano,confida orgogliosa alla merciaia che il figlio violinista potrebbe suonare alla prossima edizione di Sanremo. Tra un bottone e l’altro,ti accorgi che il suo percorso è a ritroso. Rispetto a chi sputa nel piatto dove ha mangiato,lei mangerà dove ha sputato finora,insomma un insieme di sputi e note musicali. Perbacco! La vita sorprende. E insegna. Se la vuoi maestra. Ti sputa come un lama,se la pretendi scolara. Dei “tuttologi del cachet” m’incuriosisce la coerenza,che una parte dei bacchettoni che s’indignano degli alti compensi sono probabilmente gli stessi che “L’sms solidale non lo mando perché ci mangiano sopra! A me non mi fregano sai,non sono mica nato ieri!!!”…😑… Quel saggio uomo di mio nonno,poche parole per grandi concetti,diceva sempre che riguardo alla beneficenza c’è un’unica certezza,che se non la fai non arriverà nulla a nessuno. Di Sanremo scanso sputi ed indosso occhiali. Di quelli che mi permettono di vedere oltre il palcoscenico. E non importa se guarderò o no il festival,ma avrò corretto la miopia che rende banale la critica per principio. Sono cresciuta a canzoni e da Sanremo ho imparato molto. Anche senza guardarlo. Ho imparato l’ammirazione per chi si mette in gioco reggendo tremante un microfono. Ho respirato l’eleganza delle parole ormai automutilate dalle abbreviazioni dei nostri tempi. Mi sono immedesimata nel fare impacciato che ha colto negli anni anche i migliori conduttori. Che tu che ridi da casa puntando il dito spietato,messo su quel palco saresti con ogni probabilità un babbeo dall’inizio alla fine…ed il lama ti sputerebbe impietoso! Quest’anno di Sanremo ho visto la premiazione. Del vincitore mi ha colpito il pianto. Un uomo che sa commuoversi è tutt’altro che un citrullo. Con prole e consorte in pole position nel “grande letto”,in quel contatto gomito schiena che ti spacca le ossa e rafforza il cuore,ci si chiede chi vincerà. Mia figlia che attende impaziente l’arrivo di Cracco,mio figlio che studia l’architettura del palcoscenico,per trasferire qualche idea nel suo mondo MINECRAFT. Succede così. Che dalla vita ognuno prende ciò che vuole. Da Sanremo anche. Lo puoi criticare,appallottolare come un foglio di carta e gettare come si buttano i cattivi pensieri. Ma lui sarà sempre lì,a brillare sulla critica più nera con le sue lettere arcobaleno. E tu dovrai fare i conti. Con i tuoi pensieri. Che più saranno positivi,più imparerai a scansare gli sputi. Ed avrai una vita meno mediocre e più canterina. Il tuo mondo passerà di livello. Noi a Sanremo rubiamo una N. Se riusciremo a capire ciò che SAREMO le canzoni ci apriranno un nuovo universo. Cavalcheremo il lama. Lo parcheggeremo davanti al bar. E saluteremo il barista. Stamattina “Caffè nero bollente”…a ‘sto giro si cambia solfa!

Di generi e giudizi 

Tempo fa ho visto “THE DANISH GIRL” al cinema,un film puro,umano,vero…una visione che consiglio in particolar modo a tutti coloro che si arrogano il diritto di affermare cosa è giusto e cosa non lo è…a tutti coloro che pretendono di schematizzare ed indirizzare il sentimento altrui…a tutti coloro che pensano di conoscere l’amore ma che ne infangano il nome ogni qualvolta ne parlino a sproposito schernendo l’omosessualità…a tutti coloro che vestono le loro affermazioni di sacro,pur sapendo che il Cristianesimo stesso invita all’amore ed al rispetto nei confronti del prossimo (nonostante la religione cristiana abbia accettato,in varie epoche,le disuguaglianze sociali mentre predicava l’uguaglianza ed in nome della stessa abbia sopportato l’inferiorità della donna all’uomo e nascosto,con scabrosa abilità,perversioni sessuali terribili e traumatizzanti)…mi chiedo se tutti coloro che pensano di sapere come debbano amare gli altri,sappiano amare davvero o se non siano mossi da convinzioni radicate difficili da smantellare…cambiare un’opinione è possibilità di pochi,è capacità di chi crede veramente in sé stesso senza la necessità di riempirsi di teorie egoistiche ma stabilizzanti…ed allora succede che,INCREDIBILMENTE,la stessa persona che s’indigna responsabilmente di fronte alle grandi tragedie belliche e che,doverosamente ed indiscutibilmente,si commuove ogni anno di fronte alle immagini dell’olocausto o di qualsiasi altro dramma storico ,dei tempi passati e dei nostri tempi,perché,ahimè,alla bestialità umana non c’è limite,sia poi la stessa persona che non pensa ai tempi in cui agli omosessuali veniva applicata una camicia di forza prima dell’entrata in manicomio…non esistono tragedie di serie A e tragedie di serie B,esistono sicuramente differenze numeriche che rendono stragi umane indubbiamente più eclatanti di altre,ma dove anche una singola persona viva un dramma,dove un’anima venga sfregiata dall’ignoranza e dall’ipocrisia,dove tanti occhi si chiudano di fronte ad atti vessatori finalizzati alla clonazione dei sentimenti,lí,anche lí,sta la sconfitta dell’umanità e di noi stessi qualora non comprendessimo l’ingiustizia intrinseca ad ogni atto di sopraffazione…non si dovrebbe avere paura di aprire la propria mente…la chiusura mentale fine a sé stessa mette timide radici alle atrocità…la presunzione di eguagliare tutto il prossimo a noi stessi,che,a mio modesto parere,altro non è che una manifestazione d’insicurezza,crea drammi personali devastanti e spesso irrecuperabili.Fin dall’infanzia si dovrebbe spiegare ad un bambino la differenza fra dire gay e dire frocio,fra alcolista e alcolizzato,fra tossicodipendente e drogato,fra disabile e mongoloide,fra malato di mente e pazzo…il gioco delle parole custodisce l’universo,ma per poterlo insegnare si dovrebbe prima capire che una parola sbagliata può uccidere dentro,che una parola reiterata si trasforma in un fatto,che un fatto condiviso diviene un’azione di gruppo.Eccola,allora,la sconfitta dell’umanità…

Di amore ed impasti 

Impastando pizza ho imparato l’amore. O almeno credo.        

Nessuna dose ad occhio,ogni peso ha il suo perché. Come ogni emozione ha un proprio significato. E va dosata nella giusta proporzione. Perché,amore mio,se sei più geloso che gentile non sei la metà che desidero. Senza offesa.                                  

Gli ingredienti rispettano una sequenza. Come ogni innamoramento ha le proprie tappe. Che è meglio non bruciare. Se la tua intenzione è d’infuocarmi la prima sera e dimenticarmi la seconda,avvertimi per tempo,che saprò fornirti l’indirizzo del negozio “COPPE E TROFEI” che sta sotto casa mia. Via WhatsApp. Numero Zero.

C’è un tempo massimo per far girare un impasto,oltre il quale la pasta s’incorda. Come nell’amore non ci si gira come burattini. Ma si danza al giusto passo. Che se mi metti fra le dieci bambole che non ti piacciono più,io sarò quella assassina. Senza rancori.      

L’impasto perfetto avvolge il braccio dell’impastatrice tirandosi senza lacerazioni. Che nell’amore se non ci si abbraccia ci si perde. Ed è nell’intensità del tuo stringermi che diventeremo un intero. Senza limiti. E senza pudori.                             

Un impasto pronto si chiude a zucca su se stesso. Ed è in te che io vorrei racchiudere la mia favola. Non cerco principi azzurri,ma uomini ironici. Ridiamoci su.

C’è un tempo minimo d’impasto,prima del quale la pasta si rompe. Amalgamiamoci lentamente,che meglio strapazzati che strappati.

Quando è tempo di fermarsi l’impasto scoppietta e comunica. Che se non ci si parla si vivono amori sordi. E vivere di silenzi,mi dispiace,non è la mia aspettativa. Parliamone.                                     E,se necessario,discutiamo come folli. Per poi amarci come pazzi.

Al tocco un impasto deve essere liscio. Che all’anticellulite meglio le carezze. Di buccia d’arancia non si muore,di solitudine sì.

Per ottenere una buona pizza un impasto,al di là di doti teoriche ovviamente indispensabili,ci invita allo sguardo,all’ascolto ed al tatto.

Ecco…l’amore dovrebbe funzionare un po’ così…ci si osserva,ci si parla e ci si presta attenzione. E poi ci si assaggia e ci si annusa. E se troviamo il giusto punto di cottura,abbiamo fatto centro,nel palato e nel cuore.

Di rifiuti e gentilezza 

Centro città. Metà pomeriggio. Appuntamento fisioterapico giusto per dare una botta di vita alla mia postura sbilenca. Poco meno di una decina di sacchi dell’immondizia,si appoggiano quieti al muro dello stabile vicino al quale ho parcheggiato l’auto. Misura extra large. Rigorosamente non differenziati. Più che il mondo del riciclo un universo variopinto,che se fosse un film potrebbe intitolarsi: “Sfumature della casualità: cinquanta tipologie di materiali alla ribalta”. Si esce in retro. Mentre parto,un signore che sta arrivando a piedi scuote le braccia in segno di avviso. Comprendo il suo linguaggio corporale nello stesso istante in cui un sonoro “PUFF!” mi risuona sotto le ruote. La decina di sacchi ha probabilmente perso un’unità. Che si è azzerata sotto i miei parafanghi. Giusto perché la matematica non resti un’opinione,arretro e scendo per capire in quante frazioni si è diviso l’intero e riscopro i millesimi. Carte,bottigliette,lattine e pezzi di ferro,danzano ai miei piedi in un girotondo di colori. Tutti giù per terra! Chiedo a mia figlia di recuperare una scopa. Mi ritorna attrezzata con paletta e guanto usa e getta. Azzurro,per la precisione. Come i suoi splendidi occhi. Seppur orgogliosa del suo senso civico,la invito a non raccogliere nulla a mano. Scena in atto: io che accatasto con la scopa i millesimi al muro,lei che li ammucchia trascinando la paletta. Unico inconveniente le auto che passano in continuazione. Si fermano un istante e poi transitano impietose frazionando in pochi minuti l’intero su tutta la via. Cinquanta metri di rifiuti sul grigio dell’asfalto,senza sfumatura alcuna. E perché mai avrebbero dovuto attendere che una sfigata con prole a seguito finisse di pulire…suvvia! Cordialità dei tempi addietro. Almeno un timido: “Mi scusi,passo sopra il tutto perché ho premura!” mi avrebbe scemato la pena. Accumulato l’universo alle bene meglio a bordo strada,telefono al servizio gestione rifiuti per richiedere un intervento,raccontando il misfatto con tanto di mea culpa e dispiacendomi dignitosamente dell’accaduto. Il sopralluogo mi viene immediatamente garantito da una signora deliziosamente cortese. All’apparenza stupita di una telefonata che probabilmente non farebbero in molti,mi comunica col suo tono di voce una premura ed una disponibilità encomiabili. M’innamoro. Della sua affabilità. Tra me e la gentilezza c’è sempre stato un colpo di fulmine. La ringrazio. Di lì a poco la strada viene ripulita. L’intero si ricompone. Parcheggio di fretta e corro dal fisioterapista. Ne esco meno sgangherata. E più leggera nella falcata. A tuttotondo. Come tonda è la cifra stampata sulla multa che nel frattempo ho preso lasciando l’auto di fretta nelle strisce azzurre. Lo stesso azzurro del guanto. E dei cerotti che ho sulla schiena. Come gli occhi di mia figlia. Sfumatura più,sfumatura meno. Sono occhi gentili…e questo mi basta. Dopotutto,una meravigliosa giornata si può materializzare anche fra chili di spazzatura multicolor.

Di memoria e ferrovie

Martino nacque osservatore. Dopo l’ultima spinta alla vita,la madre lo guardò nei suoi grandi occhi e si piacquero all’istante. Suo padre lo abbracciò con delicatezza e commozione. La sorellina Milena lo accarezzò diffidente,timorosa che quel bambolotto diverso dai suoi le avrebbe potuto rubare le attenzioni di mamma e papà. E così inevitabilmente accadde. Tra poppate,pannolini e risvegli notturni,Milena imparò che il tempo si può dividere. Fra lei e suo fratello. Ma i genitori le dimostrarono da subito che la qualità temporale è più importante della quantità,senza grandi discorsi introduttivi se la giocarono sul campo e Milena si adattò ai nuovi equilibri della famiglia in poco tempo. Martino crebbe e il suo spirito di osservazione con lui. Difficilmente lo si poteva vedere camminare guardando avanti,perché i suoi occhi giravano sempre alla ricerca di una verità da scoprire. Non per niente erano così grandi. Il percorso scolastico fu un tripudio di domande. Ad ogni lezione studiata corrispondevano migliaia di perché da porre. Nell’estate fra la terza e la quarta elementare la sua famiglia traslocò in una casa poco distante dalla prima,un po’ più grande ed adiacente ad una ferrovia dismessa. Per Milena,tendenzialmente ancorata al passato,il cambiamento fu spinoso. Imparò che le abitudini possono cambiare. Se la giocò sul campo con mamma e papà. Ritrovò velocemente un nuovo equilibrio domestico. Per Martino,tendenzialmente proiettato al futuro,fu da subito un’avventura pazzesca. Una nuova realtà da scoprire. Dire che lui e Milena fossero come l’olio e l’acqua non era una frase fatta,ma la verità. Lei,trasparente,di concetti deliziosamente semplici e di stoica coerenza. Lui,intenso,di principi spudoratamente ribaltabili e di capacità di valutative inusuali. Si giocarono la diversità sul campo e divennero complici nel rispetto delle loro differenze. Durante l’estate,fin dal primo giorno nella nuova casa,Martino osservò un anziano signore che ogni mattina passeggiava,aiutandosi con un bastone,sui binari ormai fuori uso. Anche in caso di pioggia. Con bastone ed ombrello. Dopo circa un mese,Martino chiese alla madre se conoscesse la storia di quel signore. Ben consapevole della sete di verità del figlio,lei rispose che l’avrebbe sicuramente scoperta da solo. Martino se la giocò sul campo ed il mattino seguente si fece accompagnare dalla mamma sui binari e chiese al “signore dai passi di ferro”,come l’aveva idealmente nominato nella sua testa,se potessero passeggiare insieme. Si presentarono gentilmente e per qualche giorno camminarono in silenzio,ogni mattina,pioggia o sole che fosse. Martino stava imparando che le domande possono aspettare. Su quei binari si giocò un nuovo equilibrio. La quinta mattina,l’anziano signore chiese a Martino se desiderasse conoscere il motivo delle sue passeggiate mattutine. Mai domanda fu più attesa. “Se lei vorrà raccontarmelo,grazie”             “Quanti anni hai Martino?” “Nove” Ci fu un minuto di silenzio. “Vedi Martino,quando ero un po’ più piccolo di te,avevo iniziato la scuola da poco,la mia vita cambiò di colpo…in un’alba qualunque del mese dalle foglie cadenti,un gruppo di soldati stranieri irruppe in casa intimando a gran voce di uscire. Era una lingua dura,sconosciuta,ci si capiva a gesti e strattoni…mia madre fu spinta fuori con la violenza che un figlio non vorrebbe mai vedere…ogni spintone su di lei mi capovolse dentro,a capovolgersi fu anche mio padre,preso a calci fini all’uscio…i miei due fratelli più piccoli piansero disperati e mia sorella,di due anni più grande di me,rigò il suo bel viso di lacrime silenziose mentre la mamma le intimava con lo sguardo di restare nascosta…io mi soffocai dentro…non seppi piangere né parlare…fui costretto a vedere ciò che non dimenticherò più…conobbi il terrore e ne fui figlio. Caricati su furgoni come bestie subimmo la malvagità. Stipati in vagoni merci come pezzi di carne ci scambiammo mille sguardi. Mia madre ci stringeva a sé nel tentativo di rassicurarci,ma io sentivo il suo tremore sottopelle…era un fremito convulso,spasmodico,irreale…pensavo a mia sorella,rimasta sola in casa e a mio padre,cacciato a bastonate nel vagone precedente…non capivo ma non osavo chiedere…di quel viaggio terribile ricordo la sete e la rassicurante bugia di mia madre nel dirmi che stava bene….dei miei fratelli ricordo il pianto incessante,interrotto dal sonno fra singhiozzi stremanti………una volta scesi dal treno ci divisero dalla mamma,i miei fratelli si attaccarono alla sua gonna disperati ed io rimasi bloccato,continuando a non capire. L’ultimo gesto di contatto con mia madre furono le sue mani che mi allacciarono il primo bottone del cappotto: – Copriti amore mio,qui fa molto freddo – mi disse baciandomi prima di scomparire in mezzo a centinaia di donne” “Cosa provò?” “Il vuoto” “La rivide?” “Si,ma la riconobbi appena…i suoi occhi sempre bassi,la sua andatura curva,i capelli cortissimi e le gambe magre…indossava vestiti larghi e sporchi ma perché? Ai miei occhi di bimbo nulla aveva un senso…la sua serietà,il suo lento incedere,la sua tristezza…e poi non si girava mai verso la finestra dalla quale la guardavo di nascosto! Un giorno mi arrivò una sua lettera e fu una gioia immensa!!! Ne ricordo ogni frase: – Ciao,amore mio,sono la mamma. Non ti ho scritto fino ad ora perché sto lavorando molto. Quando passo davanti alla tua finestra vorrei girarmi e salutarti,ma siccome i bambini delle mie amiche non sono qui come te,non ti vengo a trovare perché mi dispiace apparire più fortunata ai loro occhi…non pensare che non ti voglia bene,amore mio,io sono felice di saperti vicino e poi ricordati di non uscire mai nel posto riservato ai grandi. Il papà lavora lontano da qui. Se non dovessi rivedermi significa che l’ho raggiunto al lavoro. Promettimi che sarai un ometto,come sei sempre stato e non dimenticarti che tua sorella ti aspetta a casa. I tuoi fratelli sono in una casa per bimbi piccoli. Stai tranquillo. Va tutto bene. Ti amo,amore mio,ciao,la tua mamma – “Fu l’unica lettera che ricevetti,era stata nascosta nella biancheria con la complicità di una donna coraggiosa. Rividi passare mia madre per un paio di settimane e poi di lei non seppi più nulla. Mi risultava difficile crederla felice,se nel mondo dei grandi le persone diventavano serie,magre e poi sparivano forse era meglio starsene nascosti. Avrei scoperto anni dopo che la casa dei bambini piccoli era in realtà una stanza dove i loro sogni andavano in fumo. E che il lavoro non aveva reso liberi i miei genitori. Nonostante tutto le parole che mi aveva scritto mi davano fiducia e sapere che mia sorella mi aspettava a casa era un buon motivo per continuare ad essere un ometto. E poi la mamma non mentiva mai!” “Ma sua sorella era davvero a casa?” “No,si era rifugiata presso una famiglia lontano dal paese” “Si è sentito tradito dalle bugie di sua madre?” “No Martino,mi sono sentito profondamente amato. A volte le bugie sono favole ed io a quelle favole mi aggrappai………quando ci liberarono fui affidato ad una famiglia che mi amò molto. Per un anno non parlai e non andai a scuola. Negli ultimi mesi nel posto dei grandi,affacciato di nascosto alla finestra,avevo visto la loro scuola e mi ero spaventato. L’appello durava molte ore e costringeva le donne in ginocchio. Vidi la matematica sulla loro pelle a l’anatomia sulle loro ossa. Le uniche montagne che studiai erano mucchi di scarpe,occhiali e capelli. Non volevo più chiedere nè imparare. Piano piano mi feci riamare e ripresi a vivere. Ritrovai mia sorella dopo quindici anni. Non ci lasciammo più. Dedicammo la nostra vita a girare il mondo per raccontare la nostra storia” “Ora lei dov’è?” “È morta lo scorso anno,Martino” “Sta soffrendo molto per la sua mancanza?” “Si,ma di una sofferenza giusta,dignitosa. È la morte umiliante e senza dignità che non ha senso” “Per questo viene qui a camminare tutti giorni,per trovare un senso a ciò che le è accaduto?” “No Martino,non ci sarà mai un senso a tutto ciò…tutti i giorni percorro questi binari per non dimenticare nemmeno un istante della mia storia,alla mia età la memoria gioca brutti scherzi sai? E ci sono avvenimenti passati che è meglio non scordare mai. Ho camminato spesso anche con la tua mamma su questi binari,è una donna molto gentile,sei fortunato!” Martino ed il signore dai passi ferro si incontrarono tutti i giorni e si raccontarono la vita finché una mattina del mese dalle foglie cadenti,lui non passo più. La mamma disse a Martino che era morto nella notte. A Martino mancò da subito. Di una mancanza dignitosa. Se la giocò sul campo ed imparò a gestire la nostalgia. Per quattro giorni non volle uscire. La quinta mattina disse a sua madre: “Perché non mi ha mai detto che lo conoscevi? Perché non mi hai mai raccontato la sua storia?” “Perché non avrei saputo raccontartela come ha saputo fare lui,non è semplice parlare di memoria quando gli eventi non sono stati vissuti in prima persona…ti avrei tolto la possibilità di un’esperienza meravigliosa” Martino la strinse forte. “Grazie mamma!” Poi corse nella stanza di sua sorella e le disse: “Milena vieni,usciamo a camminare,devo raccontarti una storia!”*           

(*il presente racconto,seppur ispirato a fatti storici realmente accaduti,è frutto di fantasia;ogni riferimento a nomi,fatti o persone è puramente casuale)                                                                                                   

Di lenzuola e parole

L’unico evento che ti cala nelle vesti della perfetta massaia è “La fiera del bianco”. Quel nome candido,a sentore immaginario di Marsiglia ed evocativo di purezze leggere e svolazzanti. È un calarsi morbido e sognante…se chiudi gli occhi fra i cestoni espositivi,ti vedi stendere panni in un ettaro di prato verde…gonna dai lembi volteggianti e capelli al vento,mollette per bucato in legno naturale,filo interminabile tra aceri e betulle,che peraltro nella realtà ne hai in casa una quindicina di metri anche tu,sparsi fra vasca da bagno e stendini a fisarmonica,che di balconi non ne possiedi. Prima che la tua visione si sposti nella prateria facendoti assumere le sembianze di Caroline Ingalls,apri gli occhi e riprendi la ricerca delle lenzuola che ti servono. Non è che nel periodo post inventario tu smonti la baracca e via*,ma un rinnovo delle parures notturne lo fai volentieri. Individui una completo matrimoniale rigato che ti ricorda un cremino,che l’idea di poggiare le guance tra cioccolato e gianduja non ti dispiace affatto. Sarà pur vero che i panni sporchi si lavano in famiglia,ma visto che la deputata al lavaggio sei tu,ti dirigi frettolosamente alle casse,che stamattina la biancheria ti guardava dall’oblò implorando una boccata  d’aria. Passando dal reparto arredi,ti specchi in un attimo di vanità*. Terza in coda alla rapida,ti ricordi che tuo marito dorme con due cuscini ed il triangolo delle federe no,non l’avevi considerato*. Ok che la geometria non è un reato*,ma il che significa ritornare per la terza federa,che trovi decisa nel nocciola. Abbinare una trapunta alla tua testata è impresa ardua,tra il grigio,l’ocra,il rosa antico ed il celeste non sapresti proprio che tinta pigliare ma poi…Lui chi è?!* Quello splendido copriletto nato per te che sembra gridarti dallo scaffale: “Mi vendo!”*. Mentre stai per raggiungerlo cavalcando il tuo colpo di fulmine,ecco che una simpatica signora ti anticipa in uno scatto di grinta che tu non hai* e che ti faresti vendere a peso. Essendo un’altra la chiave dei tuoi problemi*,ti dai due ali* e voli rapida all’uscita dopo aver messo nel carrello desideri e speranze in confezione spray*. La stessa sera,nuove lenzuola e trapunta vissuta,dopo aver ricordato cinquecento volte ai tuoi figli di spegnere le tecnologie,di preparare lo zaino per la scuola,di lavare i denti e di lasciarsi andare nelle braccia di Morfeo,ti rilassi quasi afona e chiacchieri con tuo marito. Dopotutto,potresti anche avere lenzuola dorate e trapunte all’ultimo grido,ma avvolgersi di parole resta il miglior modo per terminare la giornata. E poi,tra le sorelle Ingalls ti sei sempre identificata in Laura,nel suo atteggiamento un po’ maschiaccio che poco si addice al vademecum delle massaie coi fiocchi. Questione di abbinamenti. E di geometrie.    

                                           (*riferimenti alle canzoni MI VENDO e TRIANGOLO di RENATO ZERO)

Di presepi e clessidre 

Giungi giuliva all’ipermercato per acquistare il mascarpone che l’indomani è Natale. Le scaffalature dell’ingresso,quelle che tu ami definire “le mensole pertinenti” per la loro peculiare capacità di sostenere prodotti d’indiscutibile attinenza al periodo,si esibiscono fiere in una variegata ed infinita esposizione di “Calze della Befana” di ogni tipo. Fra colorati piedoni di lana da riempire a piacimento,calzini mignon dall’anima di cioccolato,calzette vanitose del primo maquillage,calzine tenere di bambole dagli occhi dolci e calzettoni dalle mille piste,le mensole pertinenti perdono tempismo divenendo impertinenti. Fantastichi su come potrebbe essere il Natale dei tempi moderni. Epico e tragico. Si inizia ad Halloween,trucchi e parrucchi si dividono gli scaffali con zaini e quaderni,non hai bisogno di seguire il calendario delle stagioni per sapere qual è il periodo migliore per comprare l’uva,ti guidano all’acquisto maschere e ceroni. Se i tuoi figli non hanno le idee chiare sui doni di Santa Lucia entro la seconda decade di novembre,il tuo 20% sconto soci resterà un’ipotesi,che poi,l’idea di dover prendere un patentino per schivare carrelli durante la corsa isterica al giocattolo non ti alletta più di tanto. Capita poi che i tuoi figli chiariscano le idee nella decade giusta,salvo poi ricambiarle poco prima d’imbucare la mitica letterina,che peraltro ne fai sempre un falso a loro insaputa e tieni l’originale tutta per te. Intanto dietro l’angolo spuntano i primi panettoni. Con o senza canditi. Le decorazioni di Natale hanno ormai quattro decadi. Il presepe moderno sarebbe un guazzabuglio: sulla carta sfondo stellata e luminosa,la Cometa si contende il cielo con pale eoliche in lenta rotazione. Nelle casette brillano sommesse lampadine a risparmio energetico,che nel primo minuto di luce fioca occhi miei fatevi capanna! Artigiani al dettaglio: scomparsi. La spesa si fa online e le casse automatiche danno il colpo di grazia all’ultimo tentativo di comunicazione fra comuni mortali. Di pecorelle e pastori nemmeno l’ombra. Hanno asfaltato la via principale,di erba neanche un filo. Più che un fascio,uno sfalcio senza ritorno. Il pescatore non piglia pesci. Gli specchietti non stanno nelle grotte ma nelle borse delle donne. I Re Magi arrivano trafelati portando ossitocina,che nel caso Maria superi il termine s’indurrà il parto per evitare di sovrapporsi ai presaldi. Gasparre,Melchiorre e Baldassarre hanno sentito parlare della fragranza dorata di una dea che cammina sulle acque e vorrebbero rinnovare le loro essenze. La Befana valuta una rinoplastica e la sua vecchia scopa un restyling bicolore,ergonomico,con paracolpi e setole elettrostatiche,che se la cavalchi in bufera raccogli tutta la polvere del mondo in 80 secondi. Infine lui,il mitico Babbo dalla barba bianca,che scende dalla stufa a pellet lasciando doni e dolcetti,rigorosamente senza olio di palma. Avendo renne geneticamente modificate e carretto turbo,anticiperà i tempi a dismisura e potremo trovarlo in salotto a darci il benvenuto e magari,dato che nella stufa ha bruciato le tappe,ci aiuterà perfino ad addobbare l’albero………Il mascarpone decidi di non prenderlo,viste le duecentottantacinquemila persone in fila alla cassa. Per uscire velocemente passi dalla corsia dei prodotti dietetici,che fino a dopo le feste nessuno vi metterà piede. Che la coerenza è una cosa seria. Arrivi a casa,accendi il presepe e ti perdi nella calda luce di una casetta di cartone. Respiri un’aria di calma. Commercianti ed artigiani stanno ai loro banchetti. Il gregge cammina in gruppo. L’agnello sta sulle spalle. Il pescatore sul ponte. Lo specchio nelle grotte. L’asinello ed il bue allenano il fiato. Maria entrerà in travaglio a breve. Giuseppe sarà con lei. I Re Magi sono ancora lontani. Portano oro,incenso e mirra. Esistono punti fermi e ciclicità che è bene proteggere. Ora è tempo di scatoloni. Ne richiudi con cura le tue tradizioni. Per undici mesi. La radio passa ricette di frittelle. Il prossimo Dicembre a Babbo Natale chiederai una clessidra. Sai che potrà funzionare solo alla velocità appropriata,senza forzare i tempi,senza ingolfarsi,com’è giusto che sia. 

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