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Restare alla cava era monotono. Se non fosse che la sua famiglia stava in quel posto da generazioni infinite, sarebbe andato altrove da tempo. Lo tratteneva l’amore per i suoi genitori e la stima per il profondo rispetto che avevano nei confronti del lavoro.

A lui piacevano le bretelle. Bianche per l’esattezza. Quando mai si vedevano bretelle bianche? C’è n’erano d’ogni tinta, la maggior parte erano blu, grigie, marroni, color corda o tutt’al più gessate, ma di bianche non se ne vedevano affatto.

Lui le indossava sempre. Le lavava ogni giorno in quanto, alla cava, ci si può ben immaginare come potessero diventare rotolando in continuazione fra i sassi.

Aveva un sogno. Abitare in campagna. Ma dirlo a suo padre significava infrangere la certezza di proseguire la sua vita lì, dov’era da sempre. Più volte era stato sul punto di confessare il suo desiderio alla madre, ma pur di non deludere le loro aspettative, faceva ogni volta un passo indietro.

Quella mattina era previsto un lungo viaggio. Un immenso treno merci li avrebbe condotti in una grande città, dove avrebbero migliorato l’aspetto esterno di un grande palazzo d’epoca.

Dalla cittadina alla metropoli. Sempre più lontano dal suo desiderio. Percepì l’arrivo del treno e gli montò una tristezza infinita ma, come sempre, arretrò di un passo.

Giunto a bordo percepì una scossa. Davanti a lui…..lei! Con gonna e bretelle bianche. BRETELLE BIANCHE! Si presentarono timidi e si parlarono tutto il viaggio. Fu un’intesa da binario, veloce e parallela. Le rispettive famiglie si compiacquero.

Quasi al termine del lungo viaggio, due giorni e due notti, fiumi di parole e migliaia di prospettive, fece un passo avanti e parlò a suo padre.

– Papà, io torno indietro –

Ci furono sguardi bassi e timori infondati.

– Ragazzo mio, scegli la tua strada, la tua passione –

Lo disse con tono pacato, con quella gentilezza triste che gli fece comprendere che anche per lui era la giusta cosa da fare. Con la madre bastò un abbraccio, di quelli che ti capiscono e ti completano d’intensità.

Anche lei, gonna e bretelle bianche, si comprese e si misurò d’affetto con i suoi genitori. Fecero complemento l’un dell’altra. E le rispettive famiglie si ricompiacquero.

Il treno di ritorno li portò alla campagna, ed il sogno si vestì a realtà. Lui sasso di cava, lei sasso di montagna, si amarono con passione fra prati e terreni.

Dei loro due figli, la femmina indossò da subito borse bianche. La madre ne seguì con tenerezza le inclinazioni. Sasso di cava, da buon padre, si inorgoglì. Fu un orgoglio democratico, sapientemente diviso fra il riconoscimento di sè nei propri figli ed il rispetto della loro autenticità.

Il figlio maschio non amava le bretelle. Aveva lineamenti molto dolci, interamente tempestati da efelidi albine. La sua delicatezza ne avrebbe fatto un sasso da giardino, di quelli che impreziosiscono piante raffinate. Lo avrebbe deciso crescendo, in completa libertà ed autonomia. Nel frattempo si dilettava ad esser decorato dai bambini.

A tutti fu concesso di seguir la propria strada. Un gran privilegio.

C’era però un momento speciale al quale nessuno avrebbe mai rinunciato. In quei meravigliosi pomeriggi di fine estate, dove il sole ti bacia delicato e dove l’erba dona il suo verde più bello, papà Sasso di cava amava adagiarsi nel prato abbracciato a mamma Sasso di montagna, Sasso borsetta bianca e Sasso efelide albina. Niente era più speciale. Era un momento magico.

All’orizzonte campagnolo si percepiva spesso il fischio di un treno ed il segreto della felicità, forse, stava proprio lì, nel trovare il coraggio di lasciarlo andare senza salirci.