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Mia madre, mia figlia ed io.

Che ci chiamiamo col nostro nome.

In quel di Crema.

Alias, Guadagnino.

La proiezione è di quelle super attese. L’aspettativa alle stelle. Non la mia. Non voglio aspettarmi nulla. Ma desidero percepire. Lontano da qualsiasi previsione truffaldina.

Si entra in tre. Davanti alla stessa pellicola in quel doppio salto di generazione per nulla scontato. E per questo ancor più prezioso.

Respiro all’istante campagna e dolcezza.

Mi sento a casa.

E non solo perché nelle distese cremasche è la mia dimora.

L’arrivo di Oliver è di quelli dei tempi andati. Delle cordialità, delle strette di mano e dei sorrisi senza secondi fini.

L’abbraccio di Elio alla madre prima di presentarsi ad Oliver e quel suo bacio che di delicatezza fa amore sulla guancia di lei, è la carezza emozionale che ogni madre vorrebbe dal figlio diciassettenne.

Si srotola così, la mia fiducia in questa pellicola che sa di carta velina, a fil di percezione, soave ed inafferrabile per la sua verginità di gesti ed emozioni pure.

Comprendo all’istante di doverci entrare in punta di piedi, in questo film, con tutto il rispetto che si conviene a chi s’appresta a parlar d’amore, a chi s’offre narratore di fiabe gentili e garbate.

Guardo ogni sguardo come si osserva l’intenso e colgo ogni gesto come si coglie una pesca d’estate.

L’interpretazione di Timothée Chalamet rende vana qualsiasi critica e trasforma l’estasi in esperienza vissuta. Se si può indossare un personaggio egli l’indossa e lo porta con la maestria delle cuciture su misura, a pelle, la stessa pelle di cui Oliver vorrebbe vestirsi.

È una lenta presa di consapevolezza che si beffeggia del ritmo frenetico dei nostri giorni.

È un andar lento di passi e sensazioni, fra i quali mi piace perdermi in virtù dell’Amore, quello con la A maiuscola che ci rende ridicoli a porne condizioni e confini. È una sfida a prendersi piano piano, rompendosi il cuore con la delicatezza con cui si rompe un guscio d’uovo e bevendosi a piccoli morsi.

Un amore dall’animo magnanimo e ammodo nei modi.

Di quelli non incasellabili, meravigliosamente inaspettati ed indifferenti alle povere lingue bramose di schemi rassicuranti e rabbiosi e, proprio per questo, prigioniere esse stesse di menti pietose ed opacizzate a tal punto, che verrebbe da dire di perdonarle per quel che pensano.

È il canto amoroso, a suon d’arpa, di coloro che azzardano l’amarsi, di chi si cerca da lontano fischiando a due dita, annusandosi prima e scambiandosi la pelle al millimetro, invertendosi il nome all’infinito perché chiamarsi è desiderarsi, leggersi è volersi, darsi è incoraggiarsi a vicenda.

L’evoluzione caratteriale dei due protagonisti è sapientemente dosata nel tempo e magistralmente interpretata da entrambi. La timidezza di Elio matura nel desiderio, in tutta la sua prorompenza. La stessa passione che, in Oliver, smussa angoli e sicurezze iniziali. Non ci si oppone al cuore. Ci si ascolta e ci si asseconda, seppur fra timori e tremori. E si prende la vita come viene, cantando scanzonati e ballando scalzi, respirandosi addosso e reggendosi a vicenda sulle corde del destino, come funamboli gioiosi ed ansimanti.

È un film con cui confidarsi.

Come si confidavano i segreti alle nonne pulendo i cornetti (lo si vede fare in una scena da una donna seduta oltre l’uscio, a bordo strada). Le stesse nonne che poi ci pizzicavano le guance come fossero tortelli. Loro che ci dicevano di non strapparlo, il picciolo del cornetto, ma di tirarlo pian piano verso l’altra estremità per non spezzarne il filo interno.

È una questione di fili, l’amore.

È un filo rosso che si estende da un cuore all’altro sopra le distanze, sopra le convenzioni e con un’unica idea, quella di esistere e resistere. Ci si tira con delicatezza senza spezzarsi, forse, ci si ascolta da un capo all’altro di un telefono senza fili che tutto può.

È un film da ascoltare.

Senza filtri.

A tutt’orecchie.

Per sentirci nel profondo e chiederci che persone vorremmo essere. Se spettatori sereni o giudici beffardi. Se miserabili appassiti o nobili d’animo. Se burattinai delle menti altrui o menti libere.

Pulsa un mondo, fra i vocaboli.

Fra le parole non dette e quelle che non si dovrebbero mai dire.

È un film su cui riflettere.

Ripensando alle parole del padre di Elio e chiedendosi quanti sarebbero in grado di essere come lui. Di comprendere e comprendersi, sapendo che la responsabilità prima di ogni genitore, sta nel rispetto di colui che si è generato. Si è contenitori dei propri figli, scatole nelle quali proteggere a braccio i loro timori ma pronti ad aprire il fondo per lasciarli andare. Responsabili del loro divenire nel mondo senza necessità di plasmarli a propria immagine a somiglianza.

Può essere che ci si plasmi all’amore, scegliendo se godersene l’istante pur facendosi del male, per limite temporale, o se rimpiangere tutta la vita di non esserselo fatti.

È nell’abilità interpretativa e di contenuto del padre di Elio che si raggiunge il culmine dell’umanità, della comprensione, dell’empatia emozionale ancor prima che paterna.

È un film dal quale non ci si dovrebbe aspettare nulla a priori, se non la stupefacente possibilità che ci viene offerta di porci a tabula rasa ed assimilare tutto quanto è possibile carpire.

Una pellicola dove, per la prima volta, sia il regista ad avere aspettative sugli spettatori e non viceversa, restando a guardare se i nostri sguardi siano in grado di posarsi su tal capolavoro in qualità di menti oneste.