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25 Marzo 2018.

Una mattina qualunque, di una domenica qualunque.

Dopo una chiacchierata a fil di dunque, con un amico qualunque, dall’animo assolutamente non qualunque, parto in fissa con una canzone che gli vorrei inviare ma della quale non ricordo né titolo, né cantante.

Conoscendo solo una minima parte di vocaboli inglesi, giusto quanto basta per non annaspare nel digitale e nel quotidiano, ne origina un dramma linguistico al limite del ridicolo. La ricerca del ritornello sul web, mi stressa a tal punto da ridurmi, in un attimo di testardaggine isterica, a cantarla direttamente a SHAZAM il quale, serafico e professionale, se ne esce con un freddo e poco incoraggiante:

– ! NESSUN RISULTATO. Non è stato possibile trovare un risultato. Riprova –

Almeno nei boeri, dopo il NON HAI VINTO, RITENTA, ci si deliziava la gola con cioccolato e liquore, ma qui NO, per SHAZAM la mia gola andrebbe semplicemente resettata nel profondo delle sue corde vocali.

Ma, ottimista fino allo stremo, insisto con questo “get get get down” che mi birla in testa e finalmente, passando, con balzo di quasi quattro decadi, da GET DOWN ON IT di Kool & The Gang a THE GET DOWN di Baz Luhrmann e Stephen Adly Guirgis (grazie Netflix!), giungo giuliva sulle note di I LOVE TO LOVE di Tina Charles.

È l’infinito.

Mi prende una felicità repentina alla quale è impossibile sottrarsi e parto in doccia a suon di amplificatore. Della family, chi entra nel frattempo in bagno richiude con celerità la porta dietro di sè affermando che “lì è zona discoteca!”. Sdocciata e gioiosa, preparo la colazione danzando e roteando a più non posso, come fossi “la protagonista di un libro con già un fiume di parole scritte” (G.L.).

Mi riapproprio egoisticamente di tutto il tempo che mi serve e vado avanti per ore, impastando cantando e cucinando ballando, a suon di auricolari wireless, anche per un piccolo pezzo di strada, in realtà, lasciando a chi dovesse vedermi dalle finestre, la rassicurante convinzione di credermi folle.

“Il pazzo, l’amante e il poeta non son composti che di fantasia?” *

“To be, or not to be?” **

Che non stia, magari, nel lasciarsi andare nel tentativo di essere, la felicità? Quella che puoi acchiapparti ogni giorno a pugni stretti, prendendola un po’ per le corna, questa vita, e forse anche un po’ per i fondelli.

Per non farsi incornare.

Stendendo un filo rosso verso chi ci delizia dentro, a qualsiasi distanza. La sete di felicità riduce gli spazi. Si “gerarchizza” nei bisogni, lasciandoci intendere, per chi lo voglia davvero, che “il tempo che ci divertiamo a sprecare non è tempo sprecato e certe cose che non sono necessarie, possono essere essenziali” (Abraham Maslow)

Mi chiedo in quale girone mi collocorebbe Dante. Se l’eccessiva spensieratezza possa esser quindi negligenza o follia. O, semplicemente, cibo per l’anima.

In senso lato.

Lo stesso senso immenso con cui osservo i miei figli, augurandomi che imparino presto ad esser felici a piccoli passi, un ballo alla volta.

Mi osservano e sorridono sornioni.

Sanno di avere una madre poco ordinaria, di vocaboli abitudinaria e, per certi versi, avversaria.

È una costante sfida all’inusuale, che si adatta al reale ma di amore totale.

Quell’amore imperfetto, canterino.

Che danza sulla perfezione, prendendola sottobraccio e dileggiandola dolcemente.

Ballando fino a cadere.

“We dance until we drop… “

Raggiungendo quella gratificazione sublime che poi, ahimè, si conta il giorno dopo in panni da stirare.

* SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE (Wlilliam Shakespeare)

** AMLETO (William Shakespeare)

Quadro: Paola Geranio.

Foto: A.G.