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Domenica sera. Fine luglio. La classica serata in cui si parte carichi per affrontare il pienone da rientro vacanze. Tutto ha inizio. Si procede a gonfie vele. Poco prima delle nove due gocce. Nel giro di qualche minuto il putiferio metereologico. La potenza con la quale il vento stravolge ogni cosa è da primato. Ci si guarda tesi e ci si organizza sulla scacchiera dei secondi. Non c’è tempo per abbattersi. Chi ritrae a fatica le tende volteggianti, chi le tende le abbassa in veranda. Chi abbandona forni e fuochi per aiutare, chi accompagna la clientela all’interno del locale. Chi rinumera i tavoli e chi dà i numeri (le uniche due persone fra tutti) pensando che sia colpa nostra se il violento acquazzone ha portato acqua nei piatti. Ma non c’è tempo per le polemiche, peraltro completamente fuori luogo. C’è invece tempo per stupirsi. Per meravigliarsi di tutte gli altri clienti che, comprensivi e senza panico alcuno, si alzano repentinamente dal tavolo e si spostano dentro. La maggior parte prendendosi anche piatto e bicchiere. Un ragazzo ci aiuta sotto la pioggia ad affrancare il gazebo. Qualcuno parla al telefono di tetti scoperchiati, qualcuno si ricorda di aver lasciato le finestre di casa aperte. Anch’io, a dire il vero. C’è caos, a tratti voglia di piangere, ma la forza della gente ricompensa di tutto. Fradici di pioggia ricomponiamo i pezzi ed il lavoro riparte. Chi ritorna al forno e chi ai fuochi. Chi ai tavoli e chi al banco. Le pizze ritornano al palato, le pietanze anche. Tutto si ricompone. Il cuore in primis.
All’esterno le sedie si adagiano sui tavoli, i sottotovaglia mettono a dura prova il loro potere antigoccia, piatti, posate e bicchieri corrono trafelati in lavastoviglie.
In un angolo dell’estivo adagio l’ultima sedia. Una coppia, prima di andare, esce e si complimenta per come abbiamo gestito la situazione. – “Vi siete fatti in quattro ed avete sistemato tutti in poco tempo” – ci dice. Ed io mi farei in quattro per abbracciarli, ma tra farina ed acqua ne otterrei un impasto umano. Che magari non è il caso. Un’amica arriva dalla messa. Era in chiesa e non si era accorta di nulla. Io mi accorgo del suo sorriso, sempre splendido. Lo ripropone tra una fetta di pizza e l’altra. Un amico al termine cena, mi dice che si è immedesimato nella situazione di poco prima e ci capisce. Lui e la moglie sono sinceramente dispiaciuti. Come lo sono altri amici di una tavolata arrivata a fine diluvio. I loro occhi sorridono. C’è tanta umanità. E mi entra nelle vene.
Esco a ritirare le ultime cose e mi soffermo a guardare i tavoli bagnati. C’è aria di pace, aria di magia. C’è quella meravigliosa sensazione di vita che mi sento addosso. Quell’emozione che rende bello questo lavoro anche in quegli attimi nei quali vorresti cambiare tutto. Quegli sguardi e quelle parole che nelle difficoltà fanno ombra alle tecnologie più fini. Quei gesti semplici che fanno del mondo un bel posto da abitare.
Vorrei ringraziare tutti. La nostra clientela, gentile e comprensiva. Il nostro “staff”, sempre pronto a sorreggerci e ad aiutarci. Gli amici dagli sguardi puliti. Vorrei dire a tutti che, fra pioggia e folate di vento, il loro porgersi ha portato il sole. E poi domani non ci sarà bisogno di bagnare le piante. Che, retorica a parte, c’è sempre un bagliore in ogni oscurità.