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Anche l’ideal marito, da mongolfiera diviene zavorra se trascinato a suon di shopping.

Milano city. Dodici dicembre. Un paio di calici di buon gewurztraminer a tutto pasto, mettono in serio pericolo l’equilibrio del mio sguardo. A metà tra l’assopito ed il rintronato, concludo le pietanze a caffeina e mi ripiglio per due passi in centro. Cappotto indosso e sciarpa al collo, mio marito ha pure i guanti. Il fortunato. La sottoscritta si accontenta d’infilargli le mani in tasca, godendo dei suoi, visto che i miei si rilassano giulivi a casa, nel cassetto che tre volte su quattro volte mi dimentico di aprire, autoprovocandomi la ramanzina, silenziosamente petulante, delle mie nocche gelide e rosse di rabbia. Vige una specie di contrasto bipolare fra ciò che il mio corpo vorrebbe fare e ciò che la mia mente decide di assecondare, con conseguente accorpamento d’indumenti sull’orlo di una crisi di nervi, che aspettano invano di essere utilizzati nella stagione che più conviene loro. L’aspetto positivo, se lo godono alla prima uscita in pompa magna, ancora freschi d’acquisto. Guanti che a fine febbraio non hanno un pelucchio appallottolato, ombrelli dallo scatto felino e con le aste ancora in sede e sciarpe che per divenire vintage ci vorrebbe una decade. Peccato che di lì a poco, begonie ed azalee faranno capolino nei giardini appena inerbati.

Chiacchierando a passo doppio e deciso nella via che di Bonaparte fece il Monte, c’infiliamo da Cova per un cafferino al banco e decidiamo di dividerci per negozi. Per me il non plus ultra della libertà. Un lieve migrare in solitudine, fra luci e colori prenatalizi sapientemente accostati.

Esistono almeno tre motivi per lasciare i mariti lontani dal proprio shopping.

  1. LA NOIA: Quel sentimento geneticamente, antropologicamente ed arcaicamente radicato nell’animo maschile, per il quale seguire la propria moglie tra appendini e capi d’abbigliamento diviene una tortura. “Hai finito?”, “Hai ancora molto?” e “Quanto ti manca?”, sono i tre tormentoni che alla fine ti portano all’uscita forzata. Piena di domande e con le risposte fra i denti.
  2. IL CALDO: L’uomo dei tempi moderni, accusa vampate surreali in qualsiasi negozio. Al primo scaffale a sinistra, annaspa come fosse in premenopausa e ti dice che ti aspetta fuori. Peccato che poi te lo ritrovi alla tenda del camerino con sguardo sofferto in stile cane bastonato. Che l’ormone ti va al cervello a tal punto che vorresti taccheggiarlo e metterlo in vendita. Senza possibilità di reso.
  3. IL SENSO D’UTILITÀ: Il tempismo nel cogliere dal tuo sguardo ciò che vorresti acquistare e che lui decide di prevenire  con la frase: “Ma sei sicura che ti serva?” “Ma no, guarda, volevo acquistarlo così, tanto per fare…” E ti dirigi scattante al reparto uomo, decisa a restituirgli la stessa premura frettolosa alla prima richiesta di consiglio da parte sua.

Se il vero amore chiama amicizia, i patti chiari ne allungan l’esistenza. Dividendo le nostre strade nel “quartier de riverissi”, attuo rilassata la migrazione in solitaria.

Si parte da un selfie con la meravigliosa pecora* in versione DIESEL, colei che sprigiona dignitosa la sua personalità, giubbotto in pelle nera e riccio azzurrato, che mi riporta ai vecchi tempi delle mie chiome celesti. Stagione 2017/2018: Chiodo-Pullover rennato 1-0. Per la serie: costruite su di me la realtà che preferite, che il vestito è mio e me lo gestisco io. Chapeau!

Si prosegue da OYSHO, con passo ovattato tra fantastiche vestaglie cinigliate, caldi calzettoni strapelosi ed amabili coperte animate. Una goduria. Pigiami vaporosi. Di quelli che se hai il segno vita te lo annullano e se non ce l’hai poco importa, che l’ultima sciancratura si è defilata silente fra cuciture parallele tutte d’un pezzo. Quell’abbraccio extra-large di morbidezza che però, ahimè, manderebbe in cantina anche la libido del consorte più innamorato. Mi selfizzo nel camerino con berretto notte pecoroso e coperta orecchiata. Che se il caso affacciasse Luca alla tenda, potrei rimembrargli la simpaticissima Ivana.

Dopo curioso autoscatto sugli scalini, eccomi da Wycon, per l’acquisto di due matite occhi color “verde mare”, come lo appella mio figlio, correggendomi quando definisco i nostri occhi azzurri. Che poi “verde petrolio” è forse l’abito che la mia iride indossa meglio, ma “verde mare” fa più chic, senza radical aggiunti. La commessa, gentilissima, mi chiede se io abbia bisogno di altri prodotti e m’invita ad un ulteriore acquisto. Ebbene sì, pensandoci bene, potrei anche farmi consigliare un buon contorno occhi, di quelli strong, ma temendo che mi proponga l’alternativa del chirurgo estetico più vicino, rimbocco le occhiaie e declino sorridente l’invito. Un buon correttore la farà da maestro. E le galline continueranno a a scorrazzare beate, lasciando zampate di felicità sulla mia aia oculare.

Da TEZENIS acchiappo calzini brillanti e canotte. In attesa di pagare, osservo i maxi schermi che proiettano bellissime donzelle danzanti in slip e reggiseno. Noto che il loro peso si quantifica in grammi. Gli stessi che si concentrano sulle maniglie dell’amore di noi comuni mortali in coda alla cassa. Grammo più, grammo meno. La differenza di felicità sta nell’autoamarsi in ogni caso, fondamentale eh, che “I peggiori delusi sono quelli che si sono delusi da soli” (Christian Nestell Bovee).

Da una migrazione all’altra si fa “pre-sera”, quel meraviglioso arco temporale tra il buio ed il chiaro, quella sfumatura che rende le vie romantiche e le pennella di rosa. Quel “fra gnac e petac”, tanto per intenderci al volo, che se ti trovi alla guida ti proietta diretto ne “L’IMPERO DELLE LUCI” di Magritte.

Giunge il tempo di ritassellare il puzzle coniugale. Ripercorrendo a ritroso la vecchia strada dei conventi, i cui orti si tramutarono in lussuosi giardini, cerco mio marito e i suoi guanti. Li ritrovo poco dopo il civico 9 dove, in quel di Marchesi, la caffeina da banco mi ha nuovamente ristorato l’acume. Mi raggiunge con la  Toy Box #DGFamily in sacchetto di carta musicale, che se parlassi inglese non potrei che affermare:

“OMG! But it’s wonderful!!!”

Ma glielo dico con gli occhi, in quel verde petrolio che tutto può. Ci si intreccia le dita, pelle a pelle senza guanti, e si rientra in quel di casa nostra. Non prima che lui abbia simpaticamente scommesso su quanti minuti riuscirò a stare sveglia in auto, nel tragitto che da meneghina mi riporterà cremasca.

Stanotte arriverà Santa Lucia. È Il primo anno che nessuno dei miei figli crede più in lei, nel suo ruolo d’ambasciatrice del gioco perlomeno. Se dal lato economico ciò mi avvantaggia, che “ragazzi dateve ‘na regolata che si paga anche il carbone”, dall’altro mi struggo ripensando al rossetto che lasciavo sul bordo della tazzina, con una parte di biscotto sul fondo, alla letterina in cui l’elenco dei buoni propositi era infinito, alle caramelle sparse per casa ed ai pelucchi che strappavo dalla coda del cavallo a dondolo, per incastrarli nella finestra. (Nel frattempo, dalla soffitta lui ringrazia di aver conservato almeno quattro peli oltrenatica). Il rovescio della medaglia sta nel non doversi alzare all’alba per togliere il mazzolino di fieno dal cancello. Ma all’alba mi sveglio comunque. Perché guardo al futuro, strizzando un’occhio al passato. Perché mi piacerebbe che s’ingolfassero di risate come caramelle. Perché voglio acchiapparne l’espressione quando apriranno i regali. E perché vorrei augurare loro che “gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe” (Francesco De Gregori). Che, come afferma Fabrizio Caramagna, “Non guardare se il tuo bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Guarda quanta luce c’è nel bicchiere”.

E che non ci sia troppo vino!

(*FOTO PECORA: Vetrina DIESEL STORE Milano)

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