OCCHIDIMARE amava correre.

Nacque con la corsa nei piedi, quel “citto” frettoloso, che la vita gli stava stretta, bramava di viversela tutta d’un fiato.

Di conti senza l’oste ne fece da che lasciò il seno materno.

Non gattonò neppure, quel cucciolo d’uomo, tant’era la foga di alzarsi in piedi e marciare.

Si  riempì la bocca di verbi e vocaboli, che nemmeno la luna ebbe a terminare il suo diciannovesimo ciclo da che ne velocizzò, con la sua pienezza, i natali notturni.

Venne al mondo l’ottavo giorno del mese in cui primavera ed estate si passan staffetta, il “bischero”, scambiandosi l’azzurro degli occhi con sua madre e strofinandosi a lei nel primo contatto di pelle esterno. Che fino a poche ore prima le aveva nuotato dentro delfinando e musicando dolcemente, il “fanciullino” dalla riservatezza quasi leopardiana, che se Pascoli si fosse trovato a scriverne, avrebbe dovuto attingere al proprio senso d’infanzia più recondito. Ne avrebbe descritto un ventina di salti spensierati fra capitoli poetici, di un bimbo ancor lontano da “lagrime e tripudi suoi” ma intriso di “brividi” dal passo alla chioma, fremiti esistenziali di chi nasce con la vita sottobraccio, vivendola a mo’ di formica, non volendone sprecar neppure una briciola.

Ma a salti di cicala.

Pur bello fuor misura, nacque, il piccolo.

Fu un’esplosione di purezza, vitalità e bellezza tali, che verrebbe da chiedere a Stéphane Mallarmé di prenderne a prestito i versi, portando “IL VERGINE, IL VIVACE, IL BELL’OGGI” ad esser bello sempre, a grazia di cigno, “un cigno d’altri tempi (…) che si libra magnifico”.

Di cicala in cigno, l’infante, decorando a pastello mille altre creature, corse per la materna e si ritrovò prestotempo fra banchi scolastici, zaini e sotto un paio d’occhiali che ne racchiusero lo sguardo in circonferenza vetrata. Che le sue ciglia eran talmente lunghe da sfiorarne la superficie.

Carezzandola di curiosità.

Continuò ad osservare intenso, apprendendo ciò che c’era da apprendere, senza fronzoli d’appendice, un piede fuori dagli schemi ed una buona dose di ritrosia in tasca.

Barattandosi fra intelligenza e furbizia, fra bontà e scapataggine, fra attenzione e sventatezza, raddoppiò i suoi anni vantando una decade, inorgogliosendosene parallelo ai muri domestici, fingendosene indifferente nel mondo esterno. Accumulò centimetri e giochi, studio e svago, affetto e buon rendimento scolastico.

Seppur sua madre, senza pretendere sterili eccellenze, desiderasse la giusta dose d’impegno allo studio, mai corse il rischio d’esser considerato il voto che prendeva. Sapeva bene che persone e voti non avrebbero dovuto coincidere mai. In nessun caso. Pena, l’appassire dell’amor proprio intrinseco ad ognuno. Si destreggiò sereno fra valutazioni positive ed apprendimenti sbrigativi, fra voglia di vivere e necessità di contenimento, fra risate truffaldine e comportamenti veraci.

A metà percorso conobbe lei, la maestra ZERO.

La maestra ZERO non insegnava dall’alto, proponeva nozioni. A pari distanza umana. Seppur con la giusta dose d’autorità.

Si dava a tutto tondo.

Senza filtri, senza schemi, senza pregiudizi.

Non abbondava in sorrisi o serietà.

Trovava la giusta misura.

Esile, di lineamenti fini ed occhi discreti. Di sottile fisicità e d’animo di ferro, ben lontano da durezze improduttive, bensì, di forza rara, tipica di coloro che san sellar difficoltà senza perder mai le staffe.

Di sguardo onesto, quello che ti osserva senza pretesa d’ingabbiarti.

Di udito magnanimo, di quelli che ascoltan ciò che vien detto e non ciò che vorrebbero sentirsi dire.

Di parola equa, fra delicatezza ed autorità, fra comprensione ed intransigenza.

Per OCCHIDIMARE, osservatore abilissimo, spirito libero ed animo esitante, lei fu la novità e la sfida.

Si conobbero all’istante.

Ma non fu un colpo di fulmine.

Almeno per lui.

Lasciarsi conoscere, in fondo, equivale ad aprirsi a chi ti sa leggere, a chi possiede quella capacità di lettura caleidoscopica, altruista, ben lontana da intenzioni tassonomiche.

Significa farsi libro.

Ed OCCHIDIMARE i libri li divorava.

Ma non li vestiva.

Esteta allo stremo e preciso fin nel midollo, dai quaderni come stampati e dalla parola misurata, giocò a rimpiattino con la sua intelligenza, negandosi la possibilità d’imparare a chiedere.

Quell’impaccio emotivo lo impicciò.

Giunse il giorno in cui una verifica scolastica lo colse impreparato. Timor di domandare, fece sì che preferì consegnarla senza nulla scrivere.

In un bel bianco candido.

Come appena candeggiato.

Voto: ZERO.

Lo disse alla madre senza paura, ma con delusione.

In tutta risposta, lei gli rispose che se pensava d’esser nato in un mondo senza difficoltà, quello era il momento di cambiare idea.

Da uno ZERO si può solo risalire contando ed avrebbero contato insieme.

L’un per l’altra.

Il resto sarebbe venuto di conseguenza.

Quando ci si conta a priori, si conta infinito.

Sua madre era un grande estimatrice del numero ZERO.

ZERO è colui che ti rispinge al volo, che si fa avvolgere e ti riavvolge. È colui che permette ai passeri d’imparare a volare dopo esser caduti dall’albero decine di volte. Colui che ti fa sorridere e riappacificarti dopo un litigio.

È l’inizio, la fine e tutto ciò che ci sta in mezzo.

È la possibilità per antonomasia.

L’antitesi all’inerzia.

Il movimento primario.

Non tutte le insegnanti avrebbero avuto il coraggio di dare uno ZERO. Ma lei lo fece. Disegnando a fianco del voto una faccina triste. E sua madre ne colse il valore immenso.

Ne fu felice.

Di quei tempi, l’eccessivo timore di ferire alunni e genitori, minava obiettività e sincerità di valutazione, impedendo di fatto alla delusione di bussare al cuor degli infanti, negando lor la possibilità di stringer mano alla frustrazione.

Gli ZERO scomparvero.

E con loro l’opportunità di reinventarsi.

Il mattino seguente, la maestra ZERO, pur senza intenzione di modificare il voto di OCCHIDIMARE, com’era giusto che fosse, gli ripropose la stessa verifica da svolgere, invitandolo a riprovare.

Parlandogli di fiducia e comprensione.

Fu quasi un 8.

La magia dello ZERO si era manifestata.

Di lì a poco scattò il feeling. Capitò che OCCHIDIMARE vestisse pagine di libro. E la maestra ZERO ne lesse alcuni passaggi.

Non si modificarono.

Ma si conobbero nel tempo.

Interagirono.

Si girarono intorno. Come i cani quando si annusano. Portando a termine un percorso vero. Privo di filtri. Senza bugie.

Rimbalzarono i loro mondi senza pretesa di cambiarsi. E lui imparò a girare più lentamente per concedersi di potersi fermare a chiedere.

Sua madre non ebbe a chiedere nulla.

Si limitò ad ammirare.

Abbracciò la maestra ZERO e se la fece ricordo.

Di quelli che non svaniscono.

Di quelli che ne senti la fragranza anche dopo anni.

Come panni stesi al sole.

Preziosi, puri, candidi.

Come appena candeggiati.

Note e citazioni:

IL FANCIULLINO di Giovanni Pascoli.

IL SONETTO DEL CIGNO di Stéphane Mallarmé